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La rilevanza storica della Corea

di Marco Fossati

17 dicembre 2025

Qual è la rilevanza storica di un paese? Posta così, è una domanda senza risposta.

La storia non ha uno sguardo assoluto e, ai suoi occhi, qualcosa è più o meno rilevante in relazione a qualcos’altro. Vi influiscono la vicinanza, geografica e culturale, le analogie, le contiguità, gli intrecci. Se lo studio della storia può aiutarmi a capire meglio chi sono e il mondo in cui abito, la storia di un altro assume ai miei occhi un rilievo maggiore se essa entra in relazione con la mia, se i percorsi si intrecciano o se, pur restando separati, si richiamano l’uno con l’altro.

Qui non si tratta di accogliere o respingere l’indirizzo nazionale e identitario che le ultime direttive ministeriali vogliono imporre oggi alla storia insegnata nelle nostre scuole. Anche difendendo un approccio globale, non eurocentrico e aperto alle diversità e alla conoscenza di popoli e culture lontane, noi non possiamo annullare il punto di vista dal quale osserviamo il mondo e il nostro sguardo conferisce un grado di maggiore rilevanza a quelle parti del mondo la cui storia si è intrecciata con la nostra.

Qual è, allora, la rilevanza della Corea per la storia che si insegna nelle scuole italiane? Molto bassa, se faccio riferimento alla mia diretta e indiretta esperienza. Nei manuali delle scuole superiori, a parte qualche accenno di tipo geografico dove si parla dei viaggi di esplorazione, la Corea compare nel volume dell’ultimo anno, come territorio conteso nello scontro fra Russia e Giappone che portò alla guerra del 1905 e alla successiva colonizzazione giapponese della penisola. Poi, con ampiezza maggiore, se ne parla a proposito del conflitto che ha sconvolto il paese fra il 1950 e il 1953 segnando l’inizio della Guerra fredda. Ma, anche in questo caso, si mette a fuoco lo scontro militare, le sue dinamiche e le sue conseguenze, e poco si dice della società coreana che di quello scontro è stata protagonista e vittima. Qualcosa di più, a proposito della Corea del Sud, compare quando si parla delle economie emergenti nel Sud est asiatico mentre la Corea del Nord rimane sullo sfondo, confinata nel suo isolamento minaccioso.

Questo è, più o meno, il quadro che abbiamo presentato ai nostri ospiti coreani quando ci hanno invitato a discutere dei manuali di storia in uso nelle scuole italiane e del ruolo che vi occupa il loro paese.

Si può ampliare e arricchire questo quadro? Qui di seguito si può trovare qualche indicazione

Dov’è la Corea? In periferia

A Milano, fra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, la Corea era una presenza diffusa. Anche la scuola che frequentavo io, un liceo del centro, aveva la sua “corea”, erano gli scantinati e i magazzini che venivano convertiti in aule per fare posto alla crescente massa degli studenti prodotta dal baby boom. Nessuno si domandava da dove venisse quel nome che rimandava a un luogo vagamente esotico e certamente infelice e che era stato dato ai sobborghi cittadini dove si ammassavano, in cerca di un alloggio precario, i tanti immigrati meridionali affluiti al richiamo delle grandi fabbriche. Nel 1965 si stima che, nelle varie “coree” dell’area milanese, vivessero fino a centomila persone. Ma perché si chiamavano così? La spiegazione è abbastanza semplice: nel 1953 era finita, anzi, si era interrotta, la guerra iniziata tre anni prima dalla Corea del Nord per conquistare il Sud e unificare il paese. Poiché la minaccia di una vittoria del Nord comunista aveva immediatamente coinvolto gli USA nella difesa del Sud, quella guerra, combattuta in un paese remoto, aveva avuto subito una vasta eco globale perché si inseriva nel più generale contesto della Guerra Fredda. A pochi anni dalla catastrofe della II Guerra mondiale, la Guerra di Corea era stata violentissima e aveva provocato milioni di profughi e sfollati la cui immagine, evocata dai giornali e dai notiziari, si sovrapponeva a quella degli immigrati che, a Milano, cercavano di trovare uno spazio nella grande città industriale. Insomma, anche se della Corea si conosceva assai poco, le notizie che giungevano da lì erano sufficienti a farne la sede, per antonomasia, della massa dei rifugiati in cerca di accoglienza.

Il regno eremita

Gli studenti del mio liceo, né negli anni in cui l’ho frequentato io, né in quelli successivi, hanno appreso qualcosa in più, dai loro manuali e dai loro insegnanti, sulla storia del paese con il nome del quale veniva indicata una parte della loro scuola. D’altra parte, osserva Michael J. Seth, la Corea è “una terra la cui storia, se si esclude il conflitto che l’ha vista protagonista, non ha attirato l’attenzione del resto del mondo, almeno fino a poco tempo fa”. Secondo lo storico americano, “In parte ciò è dovuto al fatto che è stata a lungo messa in ombra dai suoi vicini più ingombranti, la Cina e il Giappone” e ha contribuito al suo isolamento anche la collocazione geografica che, nell’età dei viaggi di esplorazione, la poneva al di fuori delle principali rotte battute dai navigatori europei. Ma limitare i contatti con l’esterno, con l’intento di difendere la Corea da ingerenze straniere, soprattutto occidentali, è stata anche una scelta a lungo mantenuta dai suoi governi nel corso della storia moderna così da meritare al paese la definizione di “regno eremita”, come lo definiva un libro di fine Ottocento. (William Elliot Griffis. Corea: The Hermit Nation, 1882)

Un episodio aiuta a illustrare questo aspetto della storia coreana: nel 1653, la nave olandese De Sperwer (Lo Sparviero), in rotta verso il Giappone, fece naufragio presso l’isola di Jeju, al largo della costa meridionale della Corea. Le autorità accolsero i naufraghi, ma impedirono loro di riprendere il viaggio e li trasferirono a Seul dove poterono vivere in relativa libertà, ma con il divieto di abbandonare il paese. Fra loro c’era Hendrick Hamel (1630-1692),

contabile della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) che, tredici anni dopo, riuscì a scappare con alcuni compagni e raggiunse la base commerciale della VOC a Nagasaki. Da lì Hamel rientrò in Olanda dove scrisse il suo diario di viaggio, pubblicato nel 1688 con il titolo “Il diario di Hamel e una descrizione del Regno di Corea, 1653-1666. È stata questa la prima, e per due secoli l’unica, descrizione della Corea che sia stata resa disponibile a un pubblico occidentale.

Un immigrato coreano in Italia nel XVII secolo

Se prima di Hamel non abbiamo notizia di altri viaggiatori occidentali che abbiano visitato la Corea è ben documentato il caso di un coreano che, quasi un secolo prima, compì il viaggio nel senso opposto e non solo arrivò fino in Italia, ma vi si stabilì e vi trascorse la vita. Si tratta di un giovane che, con migliaia di altri, venne catturato dai giapponesi quando questi invasero la Corea nel 1592. Portato a Nagasaki e venduto come schiavo venne comprato dal mercante fiorentino, Francesco Carletti (1573 –1636), che lo fece battezzare, dandogli il nome del padre Antonio, e gli diede la libertà portandolo poi con sé nei suoi viaggi. Di questo e delle varie peregrinazioni che seguirono abbiamo notizia dallo stesso Carletti che ci ha lasciato un diario (Ragionamenti sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi) pubblicato postumo a Firenze.

Alla fine, sappiamo che il coreano Antonio si è stabilito a Roma e, da lì in poi, non ne abbiamo più notizie documentate. Se non che, nel corso del Novecento, intorno alla sua figura sono state costruite diverse congetture di fondamento storico incerto, ma sicuramente affascinanti. Una di queste riguarda uno schizzo del 1617 firmato da Peter Paul Rubens in cui compare un “uomo in costume coreano” che, secondo alcuni storici, sarebbe il giovane Antonio ritratto dal pittore fiammingo durante un suo soggiorno a Roma. In seguito, il nome di Antonio Corea è stato messo in relazione con la consistente presenza di abitanti con quel cognome nel piccolo paese di Albi, in provincia di Catanzaro. Questi sarebbero discendenti di quel primo immigrato coreano e fra di loro andrebbe quindi considerato anche Armando Anthony Corea, detto Chick (1941 – 2021) uno dei più grandi compositori e pianisti jazz dei nostri tempi il cui nonno era partito da Albi alla fine dell’Ottocento.

Una linea tracciata sulla carta geografica

Il momento storico in cui la Corea improvvisamente compare in tutti i manuali di storia è quello in cui scoppia la guerra che contrappone il nord e il sud della penisola e che, con il coinvolgimento indiretto dei russi e diretto degli americani e poi dei cinesi, si trasforma presto in una fase notevolmente calda della Guerra Fredda. Tuttavia, scorrendo le poche pagine che vengono dedicate al conflitto, si avverte la presenza preponderante degli attori internazionali e degli equilibri che la loro azione incrina e ristabilisce, mentre rimangono sullo sfondo la Corea e i coreani, insieme agli sconvolgimenti durevoli che questa violenta guerra civile avrebbe prodotto sulle due parti del paese. Se tutti i conflitti periferici scoppiati nei quarant’anni della Guerra Fredda possono definirsi, in qualche misura, guerre per procura, in quello che ha diviso i coreani fra il 1950 e il 1953 si avverte in modo particolare il peso di scelte, politiche e militari, imposte loro dall’esterno. A partire da quella linea di divisione posta sul 38° parallelo che ancora oggi indica quali siano le due aree in cui il paese è diviso, una linea che non è derivata come conseguenza della guerra ma piuttosto ne ha determinato la causa.

La linea del fronte su cui la guerra si è fermata si colloca grosso modo al livello del trentottesimo parallelo, ma non vi coincide. È una linea irregolare, da una costa all’altra della penisola, disegnata nel corso di scontri armati che sono costati una quantità impressionante di vittime da ambedue le parti. Non è stato, però, il confronto militare che l’ha posta a quella latitudine, ma la decisione che presero le potenze vincitrici, USA e URSS, sul finire della II Guerra Mondiale, per separare le rispettive zone di influenza. Nell’estate del 1945 la Germania nazista era già stata sconfitta e i suoi alleati giapponesi si dibattevano fra il desiderio di mettere fine a una guerra ormai perduta e l’oltranzismo di chi non voleva rassegnarsi alla resa. Mentre gli Usa completavano la costruzione delle loro bombe atomiche e decidevano di usarle (6 e 9 agosto), l’URSS, su invito dei suoi alleati, dichiarava guerra al Giappone (8 agosto) e sferrava un attacco in profondità nella regione della Manciuria arrivando in breve tempo nel territorio coreano. A questo punto gli americani, preoccupati che l’avanzata sovietica potesse estendersi a tutta la penisola e minacciare il territorio giapponese, sollecitarono i loro alleati-rivali a fissare una linea di demarcazione che separasse le reciproche aree di influenza. Venne avanzata una proposta da due ufficiali americani, Dean Rusk e Charles Tic Bonesteel, che avevano per le mani un numero della rivista National Geographic con una bella mappa della Corea e vi tracciarono sopra una riga lungo il 38° Parallelo. I sovietici non sollevarono obiezioni e quello divenne il confine. Una divisione «che non aveva alcun senso logico nella storia della Corea, né geograficamente né economicamente» ammise in seguito Rusk nelle sue memorie. Cinque anni dopo la Guerra di Corea avrebbe trasformato quella linea artificiale nella frontiera permanente che divide un paese spaccato in due da una decisione presa da altri, con un tratto di penna sulla carta geografica.