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Insegnare la Corea.
Territorio e istituzioni nella prima età moderna

di Giorgio Luppi

8 febbraio 2026

Premessa

Questi materiali vanno letti in continuità con gli articoli di Franco Bertini (https://www.storieinrete.it/il-mare-dellest-un-incontro-con-la-corea-e-la-sua-storia) e Marco Fossati (https://www.storieinrete.it/la-rilevanza-storica-della-corea) già pubblicatiin questo sito.
Ci concentriamo qui su due temi, per i quali il riferimento alla storia della Corea potrebbe utilmente integrare la trattazione scolastica e manualistica dei secoli XVI e XVII, contribuendo a chiarire, attraverso il confronto, anche aspetti della stessa storia d’Italia e d’Europa.
I temi sono qui presentati come spunti di lavoro e di ricerca, senza dunque alcuna pretesa di completezza e riguardano:

1) la produzione di mappe e atlanti della Corea, che accompagna l’epoca delle scoperte geografiche e dell’espansione europea nel mondo;

2) gli sviluppi politici della Corea, stretta tra Cina e Giappone, nel periodo della formazione dello stato moderno in Europa tra Cinque e Seicento.

Immagini cartografiche della Corea

Lo sviluppo della cartografia

Per diverse ragioni, la prima età moderna rappresenta un momento chiave dello sviluppo della cartografia europea.
Esso è favorito dalle scoperte geografiche; dalla spinta a estendere le vie commerciali; dalla volontà delle principali potenze europee di accaparrarsi territori e basi sia nel Nuovo Mondo, sia in Oriente; infine, dalla diffusione della stampa che ha reso disponibile le carte e gli atlanti per un pubblico via via più ampio.  Lo studio dell’espansione europea tra Cinque e Seicento nell’area indopacifica può esser accompagnato da un esame delle carte geografiche che venivano tracciate all’epoca. L’esame mostrerebbe come l’immagine che gli europei avevano degli altri continenti, non solo del Nuovo Mondo ma anche del Vecchio, era inizialmente molto approssimativa.
In effetti, fino alla metà del Cinquecento la produzione europea di carte dell’Estremo oriente era basata su conoscenze risalenti al Medioevo e in particolare al viaggio di Marco Polo; successivamente la produzione cartografica ha potuto avvalersi sempre di più anche delle esperienze e dei racconti di navigatori, viaggiatori, missionari ecc. che si recavano in Asia orientale in quel momento storico.  E inoltre – questo è l’aspetto forse di maggiore interesse – dal confronto con le carte prodotte e circolanti in Asia.

Immagini della Corea

L’incremento delle conoscenze geografiche degli europei riguarda anche la Corea. Ignorata fino alla metà del Cinquecento dai cartografi e dai viaggiatori, che guardavano ai suoi grandi vicini, la Corea viene in seguito progressivamente a essere identificata come una realtà geografica a sé, distinta rispetto alla Cina e al Giappone, e rappresentata prima come un’isola di forma molto allungata, parallela alla costa cinese e perpendicolare al Giappone, poi compresa correttamente come una penisola.

Confrontiamo ora le immagini della Corea offerte da alcune mappe cinquecentesche dell’Estremo oriente, italiane ed europee, con quanto emerge da una carta redatta alla fine del Quattrocento da cartografi coreani e con le carte elaborate dai missionari gesuiti, presenti in Cina tra XVI e XVII secolo. 

La mappa di Egnazio Danti (Palazzo Vecchio, Firenze, 1560)

Consideriamo in primo luogo una mappa della costa cinese e dell’arcipelago giapponese, risalente al 1560, che si trova nella Sala delle mappe di Palazzo Vecchio a Firenze. La Sala delle mappe voluta da Cosimo I de’ Medici, il primo Granduca di Toscana, fu progettata e realizzata da Giorgio Vasari tra il 1561 e i 1565. Nella mappa, dipinta da Egnazio Danti (1536-1586), la Corea non compare. In effetti, la descrizione è limitata alla costa meridionale della Cina. Elaborata sulla base di conoscenze risalenti a molto tempo addietro, la carta è imprecisa: le isole del Giappone sono in realtà più a nord. La mappa di Danti qui riprodotta è ben visibile e navigabile sul sito del Museo Galileo

La mappa di Jodocus Hondius (1607)

Una seconda mappa è opera del fiammingo/olandese Jodocus Hondius (Joost de Hondt, 1563-1612) e venne pubblicata ad Amsterdam una prima volta nel 1607.
La Corea vi è nominata e rappresentata come un’isola di forma allungata in direzione nord sud, vicinissima nella parte settentrionale al continente e quasi a contatto con l’arcipelago del Giappone. In effetti, è chiarito in un sovrascritto che l’autore non sapeva se si trattasse di un’isola o di una penisola
Ciò dipende probabilmente dal fatto che i navigatori a cui si dovevano le notizie alla base della descrizione avevano risalito solo per un certo tratto i fiumi che segnano il confine settentrionale della Corea, convincendosi così che si trattasse forse di un’isola. I due fiumi scendono dal monte Paektu l’uno verso il mare Giallo, l’altro verso l’oceano Pacifico, più precisamente verso il Mare d’Oriente (quello che per giapponesi è il mar del Giappone, come viene indicato su molte mappe).

La mappa coreana Kangnido

La carta detta Kangnido è la più antica mappa coreana del mondo.
L’originale perduto risale all’epoca iniziale del periodo Joseon (1392-1910).
Se ne conservano due copie: una del 1470, l’altra della seconda metà del XVI (1560), ritrovata recentemente in Giappone. Descrive il mondo occidentale sulla base delle conoscenze trasmesse in Estremo Oriente, in seguito all’espansione mongolica in Asia. La carta è centrata sulla Cina, con la Corea sulla destra, rappresentata dettagliatamente come penisola, più grande delle isole dell’arcipelago giapponese, che si trovano all’estrema destra della mappa del 1560.
A sinistra, verso ovest, la punta in basso corrisponde all’India, con l’isola di Ceylon (Sri Lanka); poi è descritto l’Oceano indiano, con la penisola arabica e l’Africa molto piccola; a nord di questa, uno schizzo dell’Europa, in realtà piuttosto dettagliato.
È verosimile che la conoscenza di questa mappa e altre simili sia alla base della elaborazione di carte più definite della Corea e della zona circostante anche da parte europea.

La carta dell’Oriente del gesuita Michele Ruggieri (1590)

Tra le prime descrizioni cartografiche elaborate da occidentali che offrono una rappresentazione abbastanza fedele dell’Estremo Oriente e della Corea sono quelle dei missionari gesuiti che viaggiarono verso la Cina negli ultimi decenni del secolo XVI. 
Quella del padre Michele Ruggieri (1543-1607), intitolata Sinarum Regni aliorumque regnorum et insularum illi adiacentium descriptio, forse la più antica carta gesuitica della Cina, risalente al 1590 [1]. La Cina è suddivisa in provincie; vi appare la grande muraglia e i due grandi fiumi cinesi. La Corea vi è rappresentata come penisola molto allungata, collegata alla terraferma da un istmo, con sovraimpressa una C e il nome Corea.

La carta di Henricus Hondius, rivista e “corretta” (1630)

È sulla base della conoscenza di una carta come quella di Ruggieri che anche Henricus Hondius il Giovane (Hendrik Hondius, 1597-1651), figlio di Jodocus Hondius, descrive la Corea in forma di penisola, correggendo l’immagine insulare precedente, pur in assenza di una conoscenza precisa delle dimensioni e della forma del paese. Questo avviene nell’edizione del 1630 del suo Nova totius Terrarum Orbis geographica ac hydrographica tabula, un atlante mondiale. All’indirizzo sotto riportato l’atlante è riprodotto ad alta definizione e navigabile ed è possibile vedere molto ingrandita la zona che ci interessa. Sulla penisola coreana è sovrimpressa la dizione “Corea Isthmus”, che in latino significa “striscia di terra”.

Nova totius Terrarum Orbis geographica ac hydrographica tabula di Henricus Hondius (1630)
https://it.wikipedia.org/wiki/File:Nova_totius_Terrarum_Orbis_geographica_ac_hydrographica_tabula_(Hendrik_Hondius)_balanced.jpg

L’atlante “cinese” del mondo di Matteo Ricci (1602)

Particolare attenzione merita Kunyu Wanguo Quantu (Carta geografica completa di tutti i regni del mondo), pubblicata in Cina nel 1602, su richiesta dell’imperatore cinese Wangli (1572-1620), dal gesuita marchigiano Matteo Ricci (1552-1610), che integra conoscenze geografiche di origine europea con altre acquisite in Oriente. La carta, molto precisa e dettagliata, che pone la Cina al centro, fu pubblicata negli anni successivi in Corea e Giappone e sembra che da questa opera cinesi, coreani e giapponesi venissero tra l’altro a conoscenza dell’esistenza del continente americano.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Kunyu_Wanguo_Quantu_(%E5%9D%A4%E8%BC%BF%E8%90%AC%E5%9C%8B%E5%85%A8%E5%9C%96).jpg

La pubblicazione della carta era accompagnata dal gesuita con espressioni, mutuate dall’Etica Nicomachea di Aristotele e dalla Summa contra gentiles di Tommaso d’Aquino, che alludono melanconicamente alla brevità della vita e alla necessità di tramandare ai posteri il ricordo di quanto si è appreso:

“Un tempo io credetti che la sapienza consistesse in una molteplice esperienza e quindi difatti non rinunziai ad una distanza [anche] di diecimila li per andare ad interrogare uomini savi e visitare paesi celebri. Ma quanto è lunga la vita di un uomo? Certo è che [solo] dopo molti anni si acquista una scienza completa, fondata sopra una vasta osservazione: ma [allora] ecco che subito uno diventa molto vecchio e il tempo manca di servirsi di questa scienza. Non è questo una cosa dolorosa? Ecco perché faccio gran conto delle carte [geografiche] e della storia: la storia per fissare [queste osservazioni], e le carte per tramandarne il [ricordo ai posteri]. […] Rispettosamente composto dall’Europeo Matteo Ricci il 17 agosto dell’anno 1602.”[2]

La descrizione della Corea nell’atlante di Ricci (particolare)

Riportiamo qui la sezione dell’atlante di Ricci relativa all’Asia orientale, nella quale vediamo meglio rispettate rispetto a quelle di Hondius le proporzioni tra penisola coreana e arcipelago giapponese. Qui la Corea è correttamente rappresentata come una penisola e sono evidenziati i due fiumi che scorrono lungo i suoi confini settentrionali, risalendo i quali i primi esploratori europei avevano tratto il convincimento che la Corea fosse un’isola (cfr. la carta di Henricus Hondius).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/1c/Matteo_Ricci_Far_East_1602_Larger.jpg

La prima mappa occidentale dettagliata della Corea (1737)

Concludiamo questa rassegna della cartografia di età moderna relativa alla Corea con due mappe più tarde, risalenti al XVIII secolo.   La prima offre la prima descrizione occidentale particolareggiata della penisola coreana, che rappresenta il regno di Corea durante il “secondo periodo Joseon” (così è designato l’epoca della storia coreana dalla seconda metà del Seicento). La carta fu pubblicata a l’Aja nel 1737 dal cartografo francese JeanBaptiste Bourguignon d’Anville (1697-1782), come parte del suo Nouvel Atlas de la Chine.
Per produrla d’Anville si basò su una mappa elaborata dai gesuiti nel 1708-16, durante una visita in Corea. La carta è dettagliatissima e all’indirizzo sotto riportato è possibile vederne un nitido ingrandimento e apprezzare la rappresentazione di catene montuose, fiumi, città e delle molte isole che contornano la penisola. A nord sono ben visibili i due fiumi che segnano il confine settentrionale del regno. Al centro, è indicata con caratteri maiuscoli KING-KI-TAO, l’attuale Seul, capitale del regno

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Anville_Nouvel_atlas_de_la_Chine_-_Page84_Coree.jpg

La “Carta dei tre paesi” (1785). Carta storica e contese odierne

L’ultima carta risale al 1785 e rappresenta l’Asia Orientale e il Giappone. La carta – giapponese – fu elaborata da Hayashi Shihei (1738-1793) e pubblicata nel 1786 in un suo libro dal titolo Sangoku tsūron zusetsu (Descrizione illustrata dei tre paesi). I tre paesi sono i vicini più prossimi del Giappone, rappresentato al centro in verde: i regni delle Ryūkyū a sud (le isole ora appartenenti al Giappone), di Ezo a nord (sull’isola di Hokkaidō, ora anch’essa giapponese, mentre all’epoca il Giappone ne controllava solo la parte meridionale) e la Corea. Rispetto a quella di d’Anville, la carta non è rigorosa: più che una rappresentazione geograficamente precisa, l’autore si proponeva infatti di indicare al governo giapponese dell’epoca la necessità di uscire dal suo isolamento, descrivendo il contesto geografico in cui il paese era situato e i vicini prossimi (i “tre paesi” appunto) e meno prossimi, come in particolare la Cina imperiale (in rosso a ovest) e l’Impero russo (in rosso a nord, con la penisola della Camciatca). Il governo giapponese rifiutò il suggerimento e anzi ordinò la distruzione non solo del libro di Hayashi Shihei, ma anche degli stampi lignei con cui era stato impresso. Ne rimangono però alcune copie manoscritte come quella riprodotta qui. 
Oltre al significato storico, cui abbiamo accennato, la mappa riveste un certo interesse attuale. Essa, infatti, sembra attribuire alla Corea un piccolo arcipelago (qui inquadrato in bianco) che si trova nel mare dell’Est (o del Giappone).  L’arcipelago – la cui principale isola è Dokdo – è attualmente controllato dalla Corea del Sud ma è conteso tra i due paesi. Il fatto che una carta giapponese risalente al XVII secolo rappresenti Dokdo attribuendolo alla Corea è considerata (dai Coreani) una prova dell’appartenenza dell’isola alla Corea.

L’Europa, gli imperi asiatici e la monarchia coreana

Un secondo tema di possibile confronto, nell’insegnamento e nella produzione manualistica, tra storia coreana e storia italiana e europea riguarda le istituzioni e i rapporti internazionali, nell’epoca della costruzione degli stati nazionali in Europa e degli imperi asiatici (XVI e XVII).

La frammentazione europea e gli imperi “della polvere da sparo”

Risale a Machiavelli la consuetudine di contrapporre la frammentazione politica dell’Italia del Cinque-Seicento al quadro europeo coevo, che vede costruzione e consolidamento delle moderne monarchie nazionali assolute nella penisola iberica, in Francia e in Inghilterra e le lotte tra di loro per la supremazia in Europa (e sugli oceani). Sarebbe opportuno – ma raramente vien fatto, anche per ragioni di tempo – accompagnare lo studio di questi processi, tipici della prima età moderna, con un essenziale confronto con quanto avviene fuori dall’Europa. Se nel continente europeo – in uno spazio politico “pieno” di soggetti politici –  nessuno dei contendenti ha la forza per realizzare l’unificazione del continente  (gli imperi costruiti dagli europei sono imperi d’oltremare), in Asia si assiste invece alla formazione e o al consolidamento di grandi  imperi, favoriti dall’impiego delle armi da fuoco (per questo sono detti imperi “della polvere da sparo”): quello turco Ottomano, quello Safavide nell’area iranica, l’impero Moghul nel subcontinente indiano, quello cinese dei Ming e più tardi dei Qing, mentre viene unificato anche l’arcipelago giapponese[3].
Si potrebbe allargare il discorso alle vicende della Corea, dove a differenza dell’Italia esisteva all’epoca una dinastia regnante sull’intera penisola, che doveva però fronteggiare tendenze particolaristiche e localistiche e non era immune dai tentativi egemonici dei potenti vicini e dagli interventi militari, come peraltro il territorio italiano, sconvolto nel XVI e XVII secolo dalle guerre che Francia, Spagna e Impero asburgico conducevano per imporre la loro egemonia sul nostro paese.

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Kim_Deuk-sin#/media/File:Kim.Deuksin-Bansangdo.jpg

Joseon, una monarchia neoconfuciana (1392-1910)

Nel periodo che per noi è quello della prima età moderna, la Corea era retta da una monarchia, quella di Joseon, durata per secoli dal 1392 fino all’occupazione giapponese del 1910. La dinastia regnante era stata fondata dal re Taejo (1392-98), un capo militare che si era rifiutato di combattere contro i Ming cinesi, aveva abbattuto la precedente dinastia Goryeo (da cui deriva il nome Corea) e aveva stabilito la capitale ad Hanyang, l’attuale Seul. La monarchia Joseon estendeva il proprio controllo su un territorio corrispondente grosso modo a quello ora occupato dagli stati della Corea del Sud e Corea del Nord. Il confine settentrionale  correva lungo il corso dei fiumi Amnok, che scende verso il mar Giallo dal monte Paekdu, e Tumen, che scende dallo stesso monte verso il mare dell’Est (o mar del Giappone).Dal punto di vista istituzionale, la monarchia Joseon, vicina culturalmente e politicamente alla Cina della dinastia Ming (1368-1644), si reggeva su una struttura burocratica fortemente centralizzata, alle dipendenze del re, il cui nucleo era rappresentato da una gerarchia di funzionari di ispirazione neoconfuciana, selezionati in base alle loro conoscenze, attraverso severissimi concorsi pubblici.
I vertici della burocrazia costituivano il gruppo anche socialmente dominante.   Infatti, gli alti funzionari civili e militari (detti yangban, che significa “i due ordini”) erano di norma espressione della grande proprietà terriera, anche se in teoria ogni uomo libero poteva partecipare ai concorsi. Un gradino sotto vi era un gruppo sociale composto dagli impiegati, contabili e tecnici (medici, giuristi, astronomi). Vi era poi la gente comune, per lo più contadini, ma anche artigiani e mercanti. Lo strato più basso era costituito da chi svolgeva le attività più umili; molti di loro non erano liberi, ma servi degli yangban.
Riguardo alla funzione della burocrazia si può forse ipotizzare un confronto con il processo di costruzione degli stati moderni europei, che vide uno dei suoi fattori essenziali nella formazione di un apparato burocratico al servizio del re. Si tratterebbe in questo caso di mettere in evidenza non solo le analogie, ma anche le differenzetra le nascenti burocrazie europee moderne e la burocrazia confuciana che dominava la Corea Joseon: differenze di cultura (prevalentemente filosofico-letteraria nel caso delle gerarchie confuciane, tecnico-scientifica e militare nelle burocrazie europee) e di estrazione sociale (espressione della proprietà terriera in Corea, funzionari di estrazione borghese nelle monarchie europee).

L’invenzione e la diffusione di un alfabeto nazionale (sec. XV-XVI)

Risale al primo cinquantennio della dinastia Joseon un altro aspetto della storia coreana che si presta a esser collegato criticamente con le vicende delle monarchie europee della prima età moderna. Si tratta dell’elaborazione, avvenuta per impulso del re Sejong il Grande (1418-1450), dell’alfabeto nazionale coreano, l’alfabeto hangeul, utilizzato ancor oggi. Così si esprimeva al riguardo il re Sejong:

“Poiché la nostra lingua è difficilmente esprimibile con i caratteri cinesi, i nostri poveri sudditi vogliono comunicare ma non sono in condizione di dire compiutamente quello che vogliono. […] Per questo ho inventato di bel nuovo 28 caratteri, affinché utilizzandoli sia resa più comoda e facile la vita di tutti i giorni”[4] 

La lingua coreana è diversa da quella cinese, ma fino ad allora era scritta con caratteri cinesi. Con il nuovo alfabeto – il cui uso inizialmente contrastato dai burocrati confuciani si afferma definitivamente nel corso del Quattro e Cinquecento – si intendeva render più agevole l’uso della scrittura, estendendola anche ai ceti popolari. Questo proposito era in sintonia con i principi confuciani, secondo i quali il potere era concentrato assolutisticamente nelle mani del monarca e dei suoi funzionari, ma doveva esser finalizzato al benessere di tutto il popolo. E aveva anche il significato di promuovere il riconoscimento di una comunità coreana, al di là delle differenze sociali, caratterizzata da una identità distinta da quella cinese.
In questo senso, potrebbe esser evidenziato che l’introduzione dell’alfabeto hangeul svolge una funzione simile a quella che, nelle monarchie moderne europee e nei principati assoluti coevi, ebbe la promozione della lingua “nazionale”: come per esempio l’imposizione da parte di Francesco I di Valois della lingua d’oïl come lingua ufficiale della monarchia in Francia; o, su scala degli stati regionali italiani, la promozione classicista del volgare fiorentino da parte dei Medici.

La Corea, tra Giappone e Cina

Riguardo ai rapporti esterni, la monarchia Joseon nei sec. XVI e XVII adottava un atteggiamento di isolamento e chiusura rispetto agli europei e questo avrebbe in seguito portato gli occidentali a considerarlo uno stato “eremita”, poco accessibile. Al tempo stesso, data la sua collocazione geografica, la Corea si trovava al centro delle pressioni dei suoi potenti vicini: la Cina  dei Ming, propensa a considerare la monarchia Joseon come un’entità tributaria; il Giappone, per cui la Corea rappresentava un ponte e un punto di passaggio obbligato verso il continente; infine, i manchù, cioè le popolazioni  che occupavano gli enormi spazi a nord della Cina e della Corea, e di lì – superando la Grande Muraglia – compivano frequenti scorribande verso l’impero cinese, fino a quando nel 1644 riuscirono a occuparlo e a sostituire sul trono imperiale i Ming sconfitti.

Le due invasioni dei giapponesi di Hideyoshi (1593-98)

Queste spinte e controspinte sono all’origine di una lunga fase di guerre che coinvolge direttamente la Corea tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. Nel 1592-93 e successivamente nel 1597-98 la Corea fu invasa per due volte dal Giappone: Toyotomi Hideyoshi; infatti, dopo aver unificato sotto di sé gran parte dell’arcipelago, aveva progettato di occupare la Corea e la Cina dei Ming. Bloccato una prima volta anche grazie all’intervento cinese, Hideyoshi ritentò alcuni anni dopo, ma l’invasione si limitò al sud della penisola coreana e si concluse con la morte del condottiero giapponese. Mentre la corte e i vertici della monarchia neoconfuciana riparavano verso nord, queste campagne militari provocarono gravi devastazioni ed ebbero pesanti conseguenze sulla popolazione contadina.

Vele e cannoni. Yi Sun-sin e l’impiego di imbarcazioni fortificate

Sul piano militare, va ricordato che alla resistenza contro l’occupazione giapponese contribuì in particolare l’ammiraglio Yi Sun-sin (1545-1598), che si avvalse di particolari imbarcazioni corazzate (dette in coreano geobukson – cfr. figura). 

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Korea-Tongyeong_Port-Turtle_ship_replica-02.jpg

Il confronto tra Europa e Corea potrebbe qui riguardare le forme assunte dalla guerra in età moderna e allargarsi ad un’analisi della struttura e delle funzioni di galee, galeazze veneziane impiegate a Lepanto (1571), galeoni dell’epoca e le navi corazzate coreane impegnate dall’ammiraglio Yi Sun-sin contro la flotta giapponese (1592-1598).[5]

Le invasioni da nord (1627-37) e i contrastati rapporti con i Qing

In seguito, la dinastia che in Giappone aveva sostituito Hideyoshi – quella di Tokugawa Ieyasu, all’origine del periodo dello shogunato – rinunciò ad aggredire la Corea e tra i due paesi vennero stabiliti rapporti anche commerciali.
Non molto tempo dopo, tuttavia, la Corea fu coinvolta nel conflitto che opponeva i Ming ai Manciù: questi avevano unificato la regione a nord della Corea e della Cina, detta per questo in seguito Manciuria.  Re Gwanghaegun (1608-1623) – che aveva cercato di mantenersi neutrale – fu detronizzato dai fautori di un impegno leale a fianco dei Ming e sostituito sul trono con il re Injo (1623-1649). Conseguentemente, la Corea fu invasa dai Manciù, in due riprese: nel 1627 e nel 1636-37, quando la monarchia Joseon divenne tributaria dei Manciù e poi della nuova dinastia imperiale cinese dei Qing, da loro fondata, che dopo aver completato la conquista, regnò a Pechino dal 1644 al 1912.
Per alcuni decenni, i vertici della monarchia sconfitta continuarono a nutrire risentimento verso gli invasori manciuriani, considerati alla stregua di barbari selvaggi, soprattutto se confrontati con la raffinata cultura confuciana dei Ming, dei quali gli Joseon rivendicavano l’eredità. Si attrezzarono anche sul piano militare e finanziario per organizzare la riscossa, anche se dovettero rinunciarvi, a causa dell’impopolarità con cui fu accolto dalla popolazione l’inasprimento delle tasse, introdotto per finanziare la ricostruzione dell’esercito e delle strutture difensive.
Tra Sei e Settecento, tuttavia, la Corea cominciò a sviluppare nuove relazioni diplomatiche con i Qing e ripresero gli scambi culturali con il potente vicino cinese. Ne trassero vantaggio i commerci, mentre crescevano anche quelli con il Giappone. In un contesto di maggior apertura della Corea, si affermò il ruolo economico trainante della capitale.


NOTE

  1. Stefano Piastra, Marco Caboara, Alle origini della cartografia gesuitica della Cina. Michele Ruggieri, la Sinarum Regni (…) descriptio e l’atlante incompiuto, “Geotema”, 2023, n. 71, pp. 91-99, in particolare Fig. 2 a p. 95 ↩︎
  2. Il mappamondo cinese del p. Matteo Ricci S.I. (terza edizione, Pechino, 1602), conservato presso la Biblioteca Vaticana, commentato tradotto e annotato dal p. Pasquale M. D’Elia S.I., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1938 ↩︎
  3. Abbiamo esposto molto in sintesi questa materia in un capitolo di manuale, in Marco Fossati, Giorgio Luppi, Emilio Zanette, Spazio pubblico. Manuale di storia e formazione civile, Bruno Mondadori Pearson, Milano 2019, vol. 1, pp. 285 e sgg. ↩︎
  4. Association of Korean History Teachers, A Korean History for International Readers. What Do Koreans Talk About Their Own History and Culture? Humanist, Seul 2014, cit., p. 144, tr. it. mia ↩︎
  5. Due mappe delle battaglie navali di Yi Sun-sin sono disponibili in Michael D. Shin (a cura di), Korean History in Maps. From Prehistory to the Twenty-first Century, Cambridge University Press, Cambridge 2022, p. 88. ↩︎