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Il mare dell’Est. Un incontro con la Corea e la sua storia

di Franco Bertini

20 dicembre 2025

Premesse di un incontro

Quando l’Ambasciata chiede di te

Pensare che qualcuno a più di diecimila chilometri di distanza, stesse pensando a noi tre, è ancora oggi per me motivo al tempo stesso di sconcerto e di orgoglio.
Lo sconcerto mi era stato palesato fin da subito persino dalla mia redazione editoriale. E a tale sconcerto io mi ero associato volentieri, anche con una punta di incredulità.

  • Ti sta cercando l’Ambasciata della Corea del Sud in Italia. Possiamo dare la tua mail? – Così la mia redazione mi aveva informato. E avevano aggiunto in tono leggero:
  • – Non è una lamentazione per qualcosa che hanno trovato nel tuo manuale. Vogliono proporti un viaggio in Corea del Sud –

Qui è necessario almeno un breve chiarimento. Noi autori di manuali scolastici di storia siamo talvolta esposti a critiche e osservazioni più o meno aggressive. Non è insolito che qualche Ambasciata lamenti toni ed espressioni utilizzati a proposito del proprio Paese nel testo. Palesemente non era questo il caso.

– Ma è uno scherzo? – avevo chiesto -Siete certi che sia proprio l’Ambasciata? –
– Assolutamente sì- era stata la risposta – e vogliono proporti un programma di conferenze/studio in Corea. Crediamo che abbiano contattato anche altri autori presso altri editori…-
Ed era stato proprio così, come Marco Fossati e Giorgio Luppi mi hanno in seguito confermato…

Accademia degli Studi Coreani

Siamo quindi stati ospiti dell’Accademia degli Studi Coreani, con sede a Seongnam, 30 chilometri a sud di Seoul.
Come scrive sul sito dedicato il suo presidente Nak Nyeon Kim (che ci ha accolti con grande cortesia):

“Dalla sua fondazione nel 1978 con l’obiettivo di promuovere gli studi coreani e la cultura nazionale, l’Accademia di Studi Coreani ha accumulato ampi risultati di ricerca nel campo delle scienze umane e sociali sulla storia e la cultura coreana. Gestiamo anche la Graduate School of Korean Studies per educare la prossima generazione di coreani. I nostri stimati archivi Jangseogak e la biblioteca di studi coreani servono a raccogliere e conservare grandi quantità di materiali importanti sugli studi coreani sia premoderni che moderni”.

L’Accademia accoglie studiosi, organizza corsi avanzati per studenti coreani e consente l’accesso a borse di studio per studenti stranieri. Effettivamente una studentessa italiana ha partecipato al nostro ciclo di incontri.
L’archivio Jangseogak contiene una raccolta di preziosi manoscritti antichi che vengono restaurati e studiati.
L’idea di questa accademia è dovuta ad una intuizione del presidente Park che intendeva in questo modo costruire un caposaldo per la difesa e la diffusione della cultura coreana. SI dice che egli avesse progettato di riturarsi lì, finita la sua esperienza presidenziale, per dedicarsi ad una vecchiaia di studio. Il suo assassinio nel 1979 aveva posto fine al sogno.

Le ragioni di un invito

L’invito che l’AKS ci aveva rivolto, tramite l’Ambasciata coreana in Italia, era dovuto alla nostra attività di autori di manuali scolastici di storia. Scoprivamo così che nell’Accademia, grazie al lavoro eccezionalmente curato della dottoressa Jae-Yun Jeong, nostra gentilissima ospite, era contenuto un archivio con una impressionante raccolta di manuali scolastici di storia e geografia provenienti da buona parte del mondo.
Fra di essi c’erano anche i nostri lavori, raccolti, catalogati, studiati e, come avremmo scoperto, corretti…
Per essere precisi, come ci informava il prof. Dae Hwa Lee, Direttore della Divisione per il Progetto “Conoscere la Corea”, Il numero totale di volumi raccolti era 16640 provenienti da 145 paesi (aggiornamento al marzo 2025). Ogni anno venivano raccolti circa 700 manuali allo scopo della comprensione reciproca fra la Corea e il mondo.
Accettando l’invito a soggiornare una settimana in Corea del Sud, avremmo partecipato a un seminario per noi organizzato e riguardante lo studio della Corea nei nostri manuali scolastici, nonché la messa a confronto dello studio della storia in Italia e in Corea, e a un ciclo di conferenze relative a tematiche di storia coreana.
La settimana dal 19 al 25 maggio 2025 partecipammo così al “Programma di formazione su invito in Corea per specialisti di manuali didattici italiani”.
Giorgio, Marco ed io avremmo proposto le nostre idee in merito nel Seminario della prima giornata di lavori e assistito successivamente alle seguenti lezioni tenute da esperti universitari:

  • Prof. Ji-yeong Kim, La pace nella penisola. Pace e riunificazione nella penisola coreana.
  • Prof. Duol Kim, Sviluppo economico in Corea del Sud.

Questi, in ordine di presentazione, i nostri interventi nel seminario, coerentemente con la richiesta di approfondire il tema dello studio della Corea nei manuali italiani:

  • F. Bertini, L’insegnamento della storia in Italia nelle scuole secondarie di secondo grado. E’ possibile una storia mondiale?
  • G. Luppi, La storia nella scuola italiana. Tradizioni, manuali, proposte didattiche
  • M. Fossati, La Corea nei manuali di storia.

In sintesi, e molto velocemente, il mio intervento rifletteva sulla possibilità di ampliare gli spazi per una storia mondiale nonostante la tradizione dei programmi di storia in Italia; Giorgio Luppi proponeva un accurato excursus sull’insegnamento della storia e le tendenze della manualistica italiana, fornendo infine alcuni possibili agganci con la storia della Corea; Marco Fossati si concentrava su quest’ultimo punto proponendo possibili percorsi in tal senso.

Nel seminario, oltre alla nostra proposta, erano previsti due interventi a cura dell’Accademia:

  • prof.ssa Mimi Lee, Tendenze nell’insegnamento della storia in Corea;
  • dott.ssa Jae-Yun Jeong, Proposte di contenuti per i manuali didattici italiani.

Senza nulla togliere all’interesse e alla validità delle due conferenze di cui sopra, è su questi due ultimi interventi che mi pare utile soffermarci per riflettere sulla ricaduta didattica del nostro incontro in Corea.

Riflessioni e proposte dalla Corea

L’intervento della prof.ssa Mimi Lee (Università Nazionale di Seoul) forniva un interessante quadro dell’insegnamento della storia in Corea del Sud.
Sostanzialmente l’insegnamento della storia nelle scuole pre-universitarie in Corea del Sud è suddiviso in “Storia coreana”, “storia internazionale” e “Storia dell’Est Asia”.
Le indicazioni nazionali, in vigore dal 1954, sono state aggiornate nel 2015 e 2022.
L’insegnamento della storia, incluso nei campi degli studi sociali, è obbligatorio nelle scuole medie. Nelle superiori c’è l’obbligo dello studio della sola storia coreana.
Diversamente dal mercato libero italiano, i manuali scolastici devono essere adottati dalle singole scuole dopo l’approvazione ministeriale dell’Istituto coreano per la valutazione del curriculum. L’Esame di Ammissione Universitaria, severissimo e introdotto nel 1993, vede come obbligatoria solo la Storia coreana, mentre la Storia mondiale e la Storia dell’Est Asia non sono materia di esame. Ne consegue che queste ultime due discipline storiche non sono al centro degli interessi degli studenti coreani, che preferiscono evidentemente concentrarsi sulle materie obbligatorie, vista la complessità dell’esame.
L’intervento della dott.ssa Jeong (Senior Resercher presso l’Accademia), ci ha fatto cogliere pienamente il senso dell’iniziativa a cui partecipavamo.
Come già detto, Jae-Yun Jeong svolge il delicato compito di archiviazione e schedatura dei manuali scolastici di storia e geografia di varia provenienza mondiale. Ogni anno l’Accademia invita autori di manuali di una nazione per sottoporre l’esito di tale immane lavoro. Questa volta toccava agli Italiani…
Il lavoro che la dott.ssa Jeong ci ha presentato consisteva, tra l’altro, nella schedatura di venti manuali italiani di storia e geografia per le superiori con tabelle che illustravano la presenza o meno di riferimenti alla Corea.
Nella sua presentazione Jae-Yun Jeong proponeva altresì una serie di osservazioni critiche su questi riferimenti e indicava possibili integrazioni/correzioni.
Esemplifico alcuni dei più significativi errori evidenziati, tralasciando alcune imprecisioni su date e dati, soprattutto della Guerra di Corea, che la dottoressa ha puntualmente rilevato:

  1. Secondo la dottoressa un errore frequente nei nostri manuali è quello di identificare il 38° parallelo con la linea dell’armistizio, mentre si tratta della linea di demarcazione stabilità nel 1945, cioè ben prima dello scoppio della guerra di corea. Linea di demarcazione e linea di armistizio non coincidono.
  2. Altro errore da lei segnalato è quello della denominazione di Mar del Giappone relativamente al tratto di mare che separa la Corea dalla penisola nipponica. I coreani chiamano quel mare “Mare dell’Est” e si manifestava la necessità di una correzione in tal senso.
  3. In generale nella presentazione proposta si tende a rilevare la necessità di evidenziare l’autonomia culturale della Corea rispetto ai suoi ingombranti vicini (Cina e Giappone). Affermazione quali “La penisola coreana ricevette sempre l’influenza culturale religiosa e politica della Cina”, dovrebbero essere così corrette: “La penisola coreana ricevette l’influenza culturale, religiosa e politica della Cina, ma la trasformò e la sviluppò, creando una sua cultura unica”. Oppure, l’affermazione “La Corea fu sotto l’influenza politica e d economica della Cina” andrebbe eliminata perché “la Corea esisteva come stato indipendente”.

Il Mare dell’Est: considerazioni conclusive

Va da sé che dal nostro punto di vista i punti 2 e 3 potrebbero essere molto discussi. Propongono ai nostri occhi una visione coreano-centrica altrettanto discutibile di quella di opposta tendenza. Però alcune riflessioni della Dottoressa Jeong, ci hanno aiutato a capirne il profondo significato. Per spiegarmi devo riferirmi al punto 1, che di per sé contiene un’osservazione indiscutibile. La dottoressa ci ha spiegato, insistendo sulla differenza fra linea di armistizio e di demarcazione, che ogni centimetro di terra che si distaccava dalla demarcazione prevista al 38° parallelo significava sangue versato dai coreani nella terribile guerra fratricida.
Questa idea del trauma a fondamento della genesi delle due Coree spiega anche, secondo me, l’insistenza sul rifiuto della denominazione del Mare (del Giappone invece che dell’Est) e sul rifiuto dell’idea di una Corea lungamente dipendente da altri paesi.
I coreani si sentono una comunità etnica e culturale orgogliosamente indipendente. Il disastro della separazione politica non ha modificato questo sentore, semmai lo ha accentuato.
Inutile, quindi, obiettare che il mare che separa Corea e Giappone è a est rispetto alla Corea, non al Giappone. Quando siamo stati condotti a visitare la costa sudorientale della Corea (il nostro soggiorno prevedeva anche alcuni splendidi giorni in visita ad alcuni importanti siti coreani)  la dottoressa ci ha spiegato che lei era nata di fronte a quel mare e che suo padre e sua madre mai avrebbero chiamato mare del Giappone il Mare dell’Est. L’occupazione subita dal Giappone ha prodotto un forte senso di appartenenza identitaria e denominare il mare con il nome della nazione occupante viene considerato un vero e proprio insulto.
Così si spiega anche la rivendicazione di un’indipendenza culturale dai grandi vicini e l’orgoglio di essere diventati “autonomamente” la grande potenza politico-economica mondiale di oggi.
Tutto questo mi consente alcune riflessioni conclusive molto personali e quindi non necessariamente condivise dai miei compagni di viaggio. Nella mia presentazione io partivo da un presupposto post colonialista ma, ora me ne rendo conto, con la mentalità dell’occidentale pentito. Mi interrogavo sull’errore di una storia spesso euro o italo centrica come viene da noi insegnata, provavo a immaginare percorsi alternativi, rispettosi di altre culture.
I miei ospiti hanno accolto con grande attenzione le mie proposte ma, probabilmente, esse non erano in sintonia con i loro pensieri e la loro idea di storia per le ragioni sopra dette. Non a caso la storia internazionale risulta facoltativa nelle loro scuole superiori, mentre obbligatoria è la storia coreana.
L’orgoglio, spesso esplicitato, di essere finalmente usciti dalla denominazione di “Paese in via di sviluppo” per essere a tutti gli effetti assurti all’onore e all’onere di “Paese sviluppato”, si accompagna nei coreani con l’idea della rivendicazione della propria specificità, della propria “differenza” e l’idea, da cui scaturisce evidentemente anche il progetto a cui abbiamo partecipato, di diffondere fuori dalla Corea tale prospettiva.