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Foto dall’archivio di Francesco e Andreina Gelati

Diario di Pierino Gelati

Di Anna Di Sapio

Da tempo ormai la “scrittura popolare” è oggetto di studio da parte degli storici,  grazie anche allo sviluppo della storia sociale e della storia della mentalità, che hanno permesso di recuperare molti aspetti a lungo trascurati dalla storiografia.

Per un secolo, a partire dalle guerre per l’Unità d’Italia fino ai due conflitti mondiali, la guerra è stata una realtà vissuta da moltissimi italiani che l’hanno raccontata in diari, lettere, memorie, autobiografie. Si tratta di testimonianze di aspetti della loro vita da soldati che costituiscono uno spaccato di storia vista “dal basso”. Spesso queste testimonianze sono disperse in microarchivi familiari, giacciono dimenticate in cassetti o negli armadi, in qualche soffitta o cantina.  Per recuperarli sono sorti negli ultimi decenni gli  Archivi della scrittura popolare come quello del Museo Storico di Trento, l’Archivio Ligure, l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, per citarne alcuni.

Epistolari, diari, memorie costituiscono fonti soggettive che vanno ad affiancarsi alle fonti ufficiali tradizionali, aiutando a ricostruire un quadro più completo di un’epoca o di un’area geografica. In queste testimonianze lo storico può trovare una fonte di riflessione per osservare l’impatto degli avvenimenti sugli individui in carne ed ossa, su chi subisce le decisioni prese dai grandi attori della storia.

Nel 2005 muore a Como Pierino Gelati. Il figlio Francesco e la nipote Andreina trovano tra le sue carte un diario di guerra. Nel 2009  su loro sollecitazione, l’Amministrazione di Viadana, comune di nascita di Gelati, pubblica il Diario del loro padre e nonno.

Archivio di Francesco e Andreina Gelati

Pierino Gelati alla partenza per la Libia 1938

Pierino Gelati ha 23 anni quando il 5 marzo del 1938 viene chiamato come soldato di leva. Nato a S. Matteo delle Chiaviche, comune di Viadana, ha frequentato le elementari e lavora in officina come meccanico all’arrivo della cartolina precetto. Scrive i suoi ricordi di guerra su un quaderno  a righe nel periodo della prigionia e li definisce “diario”. Di solito, dal punto di vista storiografico, si usa distinguere diari da memorie: il diario è scritto solo per se stessi, la narrazione avviene al presente, vengono registrati gli avvenimenti quotidiani (quelli ritenuti degni di nota e soprattutto il vissuto quotidiano) o al massimo accaduti da pochi giorni; le memorie invece sono scritte a distanza di tempo dallo svolgersi degli eventi e portano inevitabilmente l’autore ad operare una selezione, ma è pur vero che i confini tra i generi possono essere estremamente labili.

L’autore divide in due parti il suo “diario”: «Diario di una parte della mia vita di militare» e «Diario di una parte della mia vita sofferta da prigioniero di guerra».

Il racconto inizia con l’arrivo della cartolina precetto e la descrizione dettagliata delle tappe del viaggio che lo portano a Napoli dal cui porto salpa la nave “Umbria” che lo conduce sulla Quarta sponda. Nel complesso la partenza non sembra traumatica, certo l’autore prova un po’ di malinconia all’idea del distacco dalla  famiglia, ma lo spirito con cui parte sembra piuttosto quello di un giovane che va incontro a un’avventura. D’altronde siamo nel 1938, due anni prima Mussolini ha proclamato la nascita dell’impero,  gli italiani sono sottoposti a una insistente propaganda volta a creare una coscienza coloniale. I militari di leva, così come ufficiali e sottufficiali, in colonia hanno il compito di controllare i territori conquistati, in questo contesto il nostro soldato può vivere questo ruolo come un dovere verso la patria.

Prima di lasciare il paese «per recarsi a servire la sua cara e amata Patria Italia» trascorre «4 giorni di felicità, di feste, e di baldorie» fra «amici e cugini in allegra compagnia», l’imbarco a Napoli avviene a «suon di musica» e con «un piccolo contorno di paste». All’arrivo a Bengasi «bellissima cittadina» i soldati sfilano, accolti festosamente a suon di musica.

Anche i primi anni in colonia così come i periodi di licenza a casa, sono raccontati con tono disteso da cui emergono spesso i momenti di «vita beata e divertimenti». Nel suo racconto emergono eventi storici noti come la «parata davanti a Sua Maestà il Rè Imperatore, a Sua Eccellenza Italo Balbo governatore della Libia, e altri gerarchi delle forze armate», con «acrobazie fantastiche, lancio dei paracadutisti, e tante cose altre di esercitazioni guerresche»; l’abbattimento dell’aereo di Italo Balbo sostituito da Graziani; l’arrivo dei “Ventimila” nell’ottobre 1938, accolti da una città «in festa per l’arrivo delle prime 20.000 famiglie colone» e dagli applausi di tutta la popolazione bengasina. L’episodio riportato da Gelati si riferisce a una pagina della storia della colonizzazione della Libia, quando vengono appositamente costruite decine di villaggi e case coloniche per accogliere “i ventimila” italiani che avrebbero dovuto trasformare il deserto in territori coltivati, secondo il grande progetto di colonizzazione demografica voluta dal regime.

Colpisce al contrario la scarsità di descrizioni del paesaggio o della popolazione libica, e quando gli capita di parlarne lo fa emette giudizi negativi, ma non dobbiamo stupirci: nel trentennio 1911-1943, che vide la presenza italiana in Libia, proliferò tutta una “letteratura coloniale” che celebrava l’azione dei colonizzatori italiani la cui missione era quella di portare la civiltà a popolazioni barbare e incivili, contribuendo a creare tutta una serie di stereotipi sugli “indigeni”.

Il tono del racconto cambia e diventa drammatico quando si trova sotto i bombardamenti o deve andare all’assalto contro un nemico molto meglio equipaggiato, o quando descrive il lungo viaggio che lo porterà in Gran Bretagna. E’ un crescendo di tensione a partire dai bombardamenti di Bengasi:  «Solo io so, la vita che o sofferto in 4 anni di servizio in colonia che mi pesano sulle spalle»;  il nemico era molto più superiore di mezzi motorizati, e corazzati, avevano delle batterie di artiglierie mobili, che si spostavano ogni momento (…) In 6 giorni di sanguinosa battaglia, mai non si è visto un aparecchio nostro, si vede che erano impegnati da altre parti». Pierino si prepara alla morte. Il nemico attacca con l’artiglieria e gli ufficiali ordinano di affrontarlo, «la battaglia si svolgeva sanguinosissima, un pugno di uomini contro una enorme forza di uomini, e di masse gigantesche corazzate, non si capiva più niente, da tutte le parti attorno a noi era un inferno di fuoco, e di scoppi, e scheggie, e di urli strazianti». Ormai è chiaro che la fine non può che essere o la morte o la prigionia. In questa parte del diario traspare, anche se non detto esplicitamente, l’orrore e l’insensatezza di questa come di tutte le guerre.

Fino agli anni Ottanta la realtà dei prigionieri di guerra è rimasta inesplorata e ignorata dalla ricerca storiografica, nonostante si trattasse di un fenomeno di grandi dimensioni, che riguardava centinaia di migliaia di persone. Il ritardo storiografico può essere spiegato con la scarsa disponibilità di fonti e documenti ufficiali, dispersi tra uffici amministrativi diversi oppure distrutti, che in ogni caso niente direbbero sulle reali esperienze vissute in prigionia. Sono quindi preziose le testimonianze rese dai reduci dopo la guerra e i documenti che riuscirono a far arrivare a casa o portare con sé come lettere, diari, appunti, fotografie, disegni.

La realtà dei reduci è poco presente anche nella memoria collettiva contrariamente a quanto accaduto per i reduci della prima guerra mondiale. Eppure si trattava di una massa di uomini (400.000 i prigionieri fatti dagli inglesi in Etiopia e Africa settentrionale cui vanno aggiunti quelli in mano agli americani, ai francesi, ai russi, ai tedeschi), dispersi in aree geografiche diverse (Medio Oriente, Kenya, Sudafrica, India, Australia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Tunisia), molti dei quali muoiono soprattutto per sottoalimentazione, e i fortunati che rientrano sono stanchi fisicamente e moralmente, spesso affamati e senza lavoro.

Gelati descrive tutte le tappe del primo anno di prigionia, un lungo viaggio che da Sidi el Barrani, passando per Marsa Matruk,  Alessandria, Il Cairo, lo porta a Suez, dove i prigionieri vengono imbarcati per Durban, poi a Città del Capo dove li attende la nave che li porterà  a Liverpool. Un viaggio lungo quasi un anno, dal 23 novembre 1941 al 21 settembre 1942. Nella prima parte del viaggio è soprattutto la sete e la fame a far soffrire i prigionieri, Gelati è «magro, colle buca alle guance, occhi incassati, il colorito del cadavere, capelli e barba lunga, e pieno di pidocchi, sembravo la morte in persona». Una «vita molto triste, privo di tutto, e specialmente delle notizie famigliare», una vita che «diventava sempre più insopportabile trovandomi sempre rinchiuso fra reticolati e sentinelle».

Le condizioni migliorano una volta arrivato in Inghilterra dove può di nuovo dormire su una branda quando «da tanto tempo ero abituato a dormire perterra». «Così passavo i giorni più migliori, che quando mi trovavo in Egitto, lavorando nelle campagne della Gran Bretagna, un po’ di libertà, mi distraevo scacciando i tristi pensieri della lunga prigionia (…) perché inanzi tutto ricevevo spesso posta dalla mia cara famiglia». Gelati torna a casa nel 1946 e riprende il suo lavoro di meccanico, ma non tutti i rimpatriati ebbero la fortuna di trovare un lavoro.

La storia dei prigionieri di guerra finisce per intrecciarsi con la storia dell’emigrazione. Molti degli internati nel campo di concentramento di Zonderwater,  finiscono per restare in Sudafrica,  molti degli internati in Gran Bretagna diventano l’avanguardia del nuovo ciclo di immigrazione del dopoguerra. Alcuni tra quelli rientrati in Italia, non riuscendo a trovare lavoro, decidono di ripartire per andare a lavorare presso connazionali, residenti già da tempo in Gran Bretagna, conosciuti nel periodo della prigionia e disposti ad assumerli come dipendenti o collaboratori nelle loro aziende familiari.

La sorte dei prigionieri fu diversa a seconda dell’esercito che li aveva catturati e diversi furono i tempi del ritorno, per tutti però il rientro a casa non fu facile, furono accolti con indifferenza e senso di fastidio perché il paese voleva dimenticare il ventennio fascista e la guerra civile, voleva voltare pagina. Così nel dopoguerra la storia e la memoria degli internati militari italiani finisce per essere dimenticata, ma poiché non può esistere futuro senza memoria – come sostengono molti studiosi – recuperarla è importante soprattutto per le nuove generazioni, quelle chiamate appunto a costruire il futuro.

Pierino Gelati Diario, a cura di Antonio Aliani, Contributi di Ada Baiocchi, Luigi Bedulli e Anna Di Sapio, Città di Viadana, 2009

Bibliografia

Quinto Antonelli, Epistolari, diari e memorie autobiografiche della seconda guerra mondiale, http://www.museostorico.it/index.php/content/download/1656/29561/file/Seconda_guerra_mondiale.pdf

Quinto Antonelli, Scritture di guerra,  http://fondazione.museostorico.it/index.php/it/content/download/1655/29558/file/Scritture%20_di_guerra.pdf .

Quinto Antonelli, Scritture di confine. Guida all’Archivio della scrittura popolare, Fondazione Museo Storico Trentino, 1999

Fabio Caffarena, Storie di gente comune. L’Archivio ligure della scrittura popolare di Genova, Storia e futuro, n. 24/2010  http://storiaefuturo.eu/storie-comune-larchivio-ligure-scrittura-popolare-genova/

Stefano Poggi, Per una nuova storia dal basso, Pandora rivista online