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Testo 4

Plinio,  Naturalis  Historia XII,1-3

I. La Terra e i suoi doni

Diu fuere occulta eius beneficia, summumque munusque homini datum arbores silvaeque intellegebantur. Hinc primum alimenta, harum fronde mollior specus, libro vestis. Etiam nunc gentes sic degunt. Quo magis ac magis admirari subit his a principiis caedi montes in marmora, vestes ad Seras peti, unionem in Rubri maris profunda, zmaragdum in ima tellure quaeri. Ad hoc excogitata sunt aurium vulnera, nimirum quoniam parum erat collo, crinibus, manibus gestari, nisi infoderentur etiam corpori. Quam ob rem sequi par est ordinem vitae et arbores ante alia dicere ac moribus primordia ingerere nostris. Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. Nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus. Arborum genera numinibus suis dicata perpetuo servantur, ut Iovi aesculus, Apollini laurus, Minervae olea, Veneri myrtus, Herculi populus. Quin et Silvanos Faunosque et dearum genera silvis ac sua numina tamquam e caelo attributa credimus.

A lungo furono  nascosti i suoi [della Natura] doni [i minerali – n. del t.] e si riteneva che il beneficio più grande per l’uomo fossero gli alberi e le selve. Da qui in primo luogo si aveva il cibo, la caverna era resa più abitabile dalle foglie degli alberi, dalla corteccia si ricavavano vesti. Anche ora delle popolazioni vivono così. Perciò accade di provare sempre più meraviglia che dopo questi inizi si taglino i monti per ricavarne marmi, si ricerchino vesti di seta, si cerchi la perla negli abissi del Mar Rosso, lo smeraldo nelle profondità della terra. Per questo sono stati inventati i fori nelle orecchie, perché ovviamente era troppo poco portarli al collo, sulle mani, nei capelli, se non fossero inseriti anche nel corpo. Perciò è giusto seguire l’ordine dato dalla vita e parlare degli alberi prima di altri argomenti e introdurre quelli che furono gli inizi dei nostri costumi. Questi furono i templi dei numi e con un rito antico ancor oggi la gente semplice di campagna dedica a un dio l’albero più bello. E noi non adoriamo statue d’oro e d’avorio più dei boschi sacri e persino del silenzio che regna in essi. Il tipo di albero consacrato a una divinità particolare si tramanda in eterno: la quercia a Giove, l’alloro ad Apollo, l’olivo a Minerva, il mirto a Venere. Che anzi crediamo che Silvani, Fauni, e diverse dee e i loro poteri divini siano stati dati dal cielo a tutela delleselve. (trad.mia)

Tra tutti benefici che la Terra ha dato agli uomini summumque munusque homini datum arbores silvaeque intellegebantur e la spegazione è razionale: Hinc primum alimenta, harum fronde mollior specus, libro vestis. Hinc include piante e boschi, ma poi precisa: harum fronde e libro appartengono specificamente agli alberi. Proprio per la loro importanza per la vita umana (Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. Nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus) gli alberi e boschi ispirano un sentimento religioso. Plinio in questo caso non irride le credenze superstiziose, perché la sacralità degli alberi è collegata alla sacralità della terra. Il fatto che essa venga violata per futili motivi (per esempio per cercare materiali preziosi con cui appagare la vanità) suscita in lui un indignato stupore: Quo magis ac magis admirari subit his a principiis caedi montes in marmora, vestes ad Seras peti, unionem in Rubri maris profunda, zmaragdum in ima tellure quaeri.