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Testo 3

a) Ovidio, Metam. VIII,  vv.738- 784

Nec minus Autolyci coniunx, Erysichthone nata,

iuris habet. Pater huius erat, qui numina divum

sperneret et nullos aris adoleret odores.

Ille etiam Cereale nemus violasse securi

dicitur et lucos ferro temerasse vetustos.

Stabat in his ingens annoso robore quercus,

una nemus; vittae mediam memoresque tabellae

sertaque cingebant, voti argumenta potentis.

Saepe sub hac dryades festas duxere choreas,

saepe etiam manibus nexis ex ordine trunci

circuiere modum, mensuraque roboris ulnas

quinque ter implebat. Nec non et cetera tantum

silva sub hac, silva quantum fuit herba sub omni.

Non tamen idcirco ferrum Triopeius illa

abstinuit famulosque iubet succidere sacrum

robur; et ut iussos cunctari vidit, ab uno

edidit haec rapta sceleratus verba securi:

“Non dilecta deae solum, sed et ipsa licebit

sit dea, iam tanget frondente cacumine terram.”

Dixit, et obliquos dum telum librat in ictus,

contremuit gemitumque dedit Deoia quercus:

et pariter frondes, pariter pallescere glandes

coepere ac longi pallorem ducere rami.

Cuius ut in trunco fecit manus impia vulnus,

haud aliter fluxit discusso cortice sanguis,

quam solet, ante aras ingens ubi victima taurus

concidit, abrupta cruor e cervice profundi.

Obstipuere omnes, aliquisque ex omnibus audet

deterrere nefas saevamque inhibere bipennem.

Adspicit hunc “mentis” que “piae cape praemia!” dixit

Thessalus, inque virum convertit ab arbore ferrum

detruncatque caput repetitaque robora caedit,

redditus et medio sonus est de robore talis:

“Nympha sub hoc ego sum Cereri gratissima ligno,

quae tibi factorum poenas instare tuorum

vaticinor moriens, nostri solacia leti.”

Persequitur scelus ille suum, labefactaque tandem

ictibus innumeris adductaque funibus arbor

corruit et multam prostravit pondere silvam.

Attonitae dryades damno nemorumque suoque,

omnes germanae, Cererem cum vestibus atris

maerentes adeunt poenamque Erysichthonis orant.

Adnuit his capitisque sui pulcherrima motu

concussit gravidis oneratos messibus agros.

Moliturque genus poenae miserabile, si non

ille suis esset nulli miserabilis actis,

pestifera lacerare Fame.

E anche la moglie di Autolico, figlia di Erisittone, ha lo stesso poter. Suo padre era uno che disprezzava la divinità degli dei e che non bruciava mai essenze profumate sugli altari. Si dice che abbia violato con la scure persino un bosco sacro a Cerere e che abbia profanato col ferro antichi alberi. Fra questi si ergeva un’enorme quercia dal fusto annoso, da sola era un bosco; la cingevano  intorno bende e tavolette commemorative e ghirlande, testimonianze dei voti esauditi dalla potenza delle dea. Sotto di essa sovente le Driadi avevano intrecciato danze festose, sovente anche, tenendosi per mano, in fila, avevano girato intorno al suo tronco, che misurava quindici cubiti. E il resto del bosco sotto di essa era tanto alto quanto l’erba sotto tutto il bosco. Tuttavia non per questo il figlio di Triopa ne ha allontanato la scure: ordina ai servi di tagliare alla radice la sacra quercia, e come vide che esitavano ad obbedire all’ordine ricevuto, strappata la scure ad uno, pronunciò queste parole da scellerato: “Non fosse solo una pianta sacra alla dea, ma fosse pure la dea stessa, ora toccherà la terra con la cima frondosa”. Disse, e mentre librava l’arma per sferrare colpi di traverso, la quercia sacra a Cerere tremò ed emise un gemito, e cominciarono  a impallidire le foglie e parimenti le ghiande, e a diventare pallidi i lunghi rami. Non appena l’empia mano produsse una ferita nel suo tronco, dalla corteccia spezzata fluì del sangue così come quando un grande toro sacrificale cade davanti agli altari, suole sgorgare il sangue vivo dal collo spezzato. Allibirono tutti, e uno fra tutti ebbe il coraggio di fermare l’empia azione e di trattenere la scure crudele. Il Tessalo lo  guarda e dice: “Prendi il premio dovuto a un sentimento pio”, e volge il ferro dall’albero all’uomo, gli taglia la testa e colpisce di nuovo la quercia, ma dall’interno della quercia viene emesso questo suono: “Ninfa, carissima a Cerere, sono io sotto questo legno, io che morendo ti predico che incombe su di te la punizione per i tuoi misfatti, conforto questo per la mia morte”. Ma quello persevera nel suo delitto e infine l’albero, colpito innumerevoli volte, vacilla e  trascinato da funi, precipita e  con il suo peso abbatte gran parte del bosco. Sconvolte dalla perdita subita dai boschi e da loro stesse, le driadi, le sorelle tutte, vestite di nero, vanno da Cerere addolorate e chiedono la punizione di Erisittone. La bellissima dea fece loro un cenno di assenso e, con un movimento del capo, scosse i campi coperti di messi mature; meditò un genere di pena tale che avrebbe suscitato compassione, se quello per le sue azioni non potesse far pena ad alcuno.(trad. mia)

Segue la descrizione della Fame e della sua dimora: un’ecfrasis di straordinario effetto, in cui si sottolinea l’antitesi tra Cerere, la dea delle messi, e la Fame, a dimostrare l’eccezionalità  dell’oltraggio e quindi della punizione. E la fame obbedisce (Dicta Fames Cereris, quamvis contraria semper/illius est operi, peragit).

Testo in trad.vv.784 – 813.  Ma lei, come Dea, non poteva accostarsi ad essa (il Fato non consente che Cerere e la Fame si incontrino) e perciò chiamò a sé una delle divinità dei monti, un’oreade agreste, e così le disse: “C’è una località nel lembo estremo della Scizia coparta di ghiacci, un terreno triste, sterile, senza messi e senz’alberi. Lì abitano il Freddo che paralizza, il Pallore, il Brivido, la Fame, scavata dal digiuno. Comanda a quest’ultima di insinuarsi e nascondersi nelle viscere scellerate di quel sacrilego, in modo che non ci sia abbondanza di cibo che la vinca, ma sia lei a sconfiggere le forze che provengono da me! Non aver paura della lunghezza del viaggio! Prendi il mio carro, prendi i miei draghi, che guiderai per i cieli”.  E glieli consegnò. Quella prese il cocchio che la trasportò in aria e viaggiò finché giunse in Scizia: sulla cima di un monte gelato, che si chiama Caucaso, tolse il giogo ai draghi e si mise in cerca della Fame. La trovò in un campo pieno di pietre, che cercava di strappare con i denti e con le unghie i rari fili d’erba. Aveva i capelli irti, gli occhi infossati, il viso pallidissimo, le labbra bianche, che sembravano coperte di muffa, le fauci inaridite dal tartaro, la pelle dura e tesa attraverso la quale si potevano contare gli organi interni, le ossa spuntavano come nude sotto la curva delle anche, non aveva ventre e al suo posto c’era un vuoto; la cassa toracica sembrava in bilico, sostenuta a stento dalla spina dorsale. La magrezza aveva fatto sì che sembrassero più grosse le giunture:  gonfie erano le rotule dei ginocchi e protuberanti in modo esagerati i talloni. Quando la messaggera di Cerere la vide da lontano (non osò infatti avvicinarsi), le riferì l’ordine della dea, trattenendosi pochissimo tempo; ma per quanto rimanesse distante e fosse appena arrivata, ebbe l’impressione di sentir fame. Perciò subito impresse una conversione al carro tirato dai draghi e si alzò in cielo in direzione dell’Emonia. (trad. G. Faranda Villa. Ovidio, Le Metamorfosi, BUR, 1994)

Testo 3. b) vv.814-878

Dicta Fames Cereris, quamvis contraria semper

illius est operi, peragit. Perque aera vento

ad iussam delata domum est et protinus intrat

sacrilegi thalamos altoque sopore solutum

(noctis enim tempus) geminis amplectitur ulnis:

seque viro inspirat faucesque et pectus et ora

adflat et in vacuis spargit ieiunia venis.

Functaque mandato fecundum deserit orbem

inque domos inopes adsueta revertitur antra.

Lenis adhuc somnus placidis Erysichthona pennis

mulcebat: petit ille dapes sub imagine somni

oraque vana movet dentemque in dente fatigat

exercetque cibo delusum guttur inani

proque epulis tenues nequiquam devorat auras.

Ut vero est expulsa quies, furit ardor edendi

perque avidas fauces immensaque viscera regnat.

Nec mora, quod pontus, quod terra, quod educat aer,

poscit et adpositis queritur ieiunia mensis

inque epulis epulas quaerit; quodque urbibus esse

quodque satis poterat populo, non sufficit uni,

plusque cupit, quo plura suam demittit in alvum.

Utque fretum recipit de tota flumina terra

nec satiatur aquis peregrinosque ebibit amnes,

utque rapax ignis non umquam alimenta recusat

innumerasque faces cremat et, quo copia maior

est data, plura petit turbaque voracior ipsa est:

sic epulas omnes Erysichthonis ora profani

accipiunt poscuntque simul. Cibus omnis in illo

causa cibi est, semperque locus fit inanis edendo.

Iamque fame  patrias altaque voragine ventris

attenuarat opes, sed inattenuata manebat

tum quoque dira fames, implacataeque vigebat

flamma gulae. Tandem, demisso in viscera censu,

filia restabat, non illo digna parente.

Hanc quoque vendit inops. Dominum generosa recusat

et vicina suas tendens super aequora palmas

“eripe me domino; qui raptae praemia nobis

virginitatis habes” ait. Haec Neptunus habebat.

Qui prece non spreta, quamvis modo visa sequenti

esset ero, formamque novat vultumque virilem

induit et cultus piscem capientibus aptos.

Hanc dominus spectans “o qui pendentia parvo

aera cibo celas, moderator harundinis,” inquit

“sic mare compositum, sic sit tibi piscis in unda

credulus et nullos, nisi fixus, sentiat hamos:

quae modo cum vili turbatis veste capillis

litore in hoc steterat (nam stantem in litore vidi),

dic ubi sit: neque enim vestigia longius exstant.”

Illa dei munus bene cedere sensit et a se

se quaeri gaudens, his est resecuta rogantem:

“Quisquis es, ignoscas; in nullam lumina partem

gurgite ab hoc flexi studioque operatus inhaesi.

Quoque minus dubites, sic has deus aequoris artes

adiuvet, ut nemo iamdudum litore in isto,

me tamen excepto, nec femina constitit ulla.”

Credidit et verso dominus pede pressit harenam

elususque abiit: illi sua reddita forma est.

Ast ubi habere suam transformia corpora sensit,

saepe pater dominis Triopeida tradit. At illa

nunc equa, nunc ales, modo bos, modo cervus abibat

praebebatque avido non iusta alimenta parenti.

Vis tamen illa mali postquam consumpserat omnem

materiam dederatque gravi nova pabula morbo,

ipse suos artus lacero divellere morsu

coepit et infelix minuendo corpus alebat

 La Fame, per quanto sia sempre in opposizione a Cerere, eseguì tuttavia l’incarico e si trasferì sulle ali del vento alla casa che le era stata indicata; entra subito nella camera da letto del sacrilego e, mentre era abbandonato nel sonno (era notte infatti), lo stringe tra le braccia, infonde sé stessa nell’uomo, gli soffia in gola, nel petto e sul volto e spinge il digiuno nella cavità delle vene. Assolto l’incarico, la fame abbandona il mondo fertile e volge indietro alla sua dimora disadorna, all’antro consueto. Un dolce sonno stava cullando Erisittone tra le sue placide ali: egli sogna un banchetto, muove invano la bocca, batte i denti sui denti, e inghiotte nell’inganno del sogno un cibo che non c’è e invece delle vivande mastica inutilmente l’aria impalpabile. Ma non appena il sonno cessa, la smania  di mangiare infuria e impera nelle fauci avide e nelle viscere smisurate. Senza indugio chiede tutto ciò che produce il mare, che producono la terra e l’aria, e di fronte alla mensa imbandita  si lamenta del digiuno e tra le vivande chiede altre vivande, ciò che sarebbe potuto bastare a città intere, a una popolazione, non basta per uno. Quanto più manda giù nel ventre, tanto più desidera. Come il mare accoglie le acque che scorrono da tutta la terra e non sazio d’acqua inghiotte i fiumi che vengono da lontano; e come il fuoco divoratore non rifiuta mai ciò che lo alimenta e brucia un’infinita quantità di legname, e quanto più gliene si dà, più ancora ne richiede, e dalla quantità stessa è reso ancor più  vorace. Così  la bocca dell’empio Erisittone mangia le vivande e al tempo stesso ne richiede. Tutto il cibo in lui richiede cibo e, mentre mangia, lo spazio dello stomaco si fa sempre vuoto. Ormai con la sua fame e con la profonda voragine del ventre Erisittone aveva fatto scemare le sostanze paterne, ma ancora  imperversava la fame terribile, implacata, e divampava l’ardore della gola  insaziata.

Infine, ingoiato il patrimonio, rimaneva la figlia, che non si meritava un padre tale. Privo di mezzi egli vende la figlia. Ma lei, di nobile stirpe, si rifiuta di avere un padrone, tendendo le palme sulla superficie del mare lì vicino, dice: “Strappami al padrone, tu, che hai il privilegio di avermi tolto la verginità”. Questo privilegio era di Nettuno. Questi, accolta la preghiera, benché essa fosse stata vista poco prima dal padrone che la inseguiva, ne cambia l’aspetto e le dà fattezze maschili e un abbigliamento da pescatore. Il padrone, guardandola: “ O tu, che nascondi l’amo in un pezzetto di cibo, tu che  manovri la canna, – dice – che il mare ti sia favorevole e che per te il pesce nell’acqua abbocchi e non si accorga di nessun amo, se non quando ci sia già attaccato: dimmi dov’è quella che poco fa con una povera veste e i capelli scarmigliati si era fermata su questa spiaggia (l’ho vista io ferma sulla spiaggia) e più lontano non si trovano le sue orme.” Lei capì che il dono del nume aveva effetto e rallegrandosi del fatto che si chiedeva di lei proprio a lei, rispose a chi la interrogava con queste parole: “Chiunque tu sia, perdonami, io non ho distolto lo sguardo da questo tratto di mare, ma sono stato concentrato sul mio lavoro. E perché tu non abbia dubbi, così la divinità possa favorire questa mia attività, quant’è vero che finora nessuno, tranne me, si è fermato su questo lido, tanto meno una donna.” Quello ci credette e, giratosi, camminò sulla spiaggia e se ne andò ingannato: a lei fu reso il suo aspetto. Ma il padre, quando si accorse che sua figlia aveva un corpo che poteva mutare forma, più volte  la vendette, lei, nipote di Triopa, a dei padroni. Ma lei, ora sotto forma di cavalla, ora di uccello, ora di bue, ora di cervo, sfuggiva e così forniva all’avido genitore viveri ottenuti illecitamente. Tuttavia dopo che la violenza del male aveva consumato ogni risorsa e aveva dato nuovo alimento al terribile morbo, Erisittone cominciò a lacerare a morsi le proprie membra e lo sventurato nutriva il suo corpo distruggendolo. (trad. mia)

Sul mito di Erisittone e sulle due versioni, di Callimaco e di Ovidio, sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto sul confronto tra i due poeti, per individuare quanto di Callimaco ci sia nello stile di Ovidio.  Ci limitiamo qui ad alcune osservazioni.

1. su 884 vv. del libro VIII, il mito di Erisittone. occupa 140, circa un sesto

2. è contrapposto a Filemone e Bauci, tasformati in alberi per la loro pietas

3.  risulta diviso in queste sequenze:

– a) il compimento del misfatto: il dolore dell’albero e delle driadi

– b) l’intervento di Cerere: la punizione. La Fame (ekfrasis)

– c) gli effetti della punizione (che cominciano nel sonno)

– d) la prostituzione della figlia e le sue trasformazioni

– c) l’autofagia.

4. topoi comuni cfr. Callimaco e Apollonio Rodio, analogie e differenze:

  • le dimensioni dell’albero  Callimaco: τις αἴγειρος, μέγα δένδρεον αἰθέρι κῦρον,  in Ovidio l’iperbole  ampliata  mensuraque roboris ulnas/ quinque ter implebat. Nec non et cetera tantum/ silva sub hac, silva quantum fuit herba sub omni.
  • l’Amadriade in Apollonio Rodio  le driadi  in Callimaco, τῷ δ᾽ ἔπι ταὶ νύμφαι ποτὶ τὤνδιον ἑψιόωντο,  le driadi e le loro danze in Ovidio: Saepe sub hac dryades festas duxere choreas,/saepe etiam manibus nexis ex ordine trunci/circuiere modum…
  • la santità dell’albero i Callimaco: μή τι χαλεφθῇ πότνια Δαμάτηρ, τᾶς ἱερὸν ἐκκεραΐζεις; in Ovidio ingens annoso robore quercus,/una nemus; vittae mediam memoresque tabellae/sertaque cingebant, voti argumenta potentis
  • il dolore della ninfa in Apollonio Rodio ἥ μιν ὀδυρομένη ἀδινῷ μειλίσσετο μύθῳ,/μὴ ταμέειν πρέμνον δρυὸς ἥλικος, ᾗ ἔπι πουλὺν/αἰῶνα τρίβεσκε διηνεκές; il dolore dell’albero Callimaco ᾄσθετο Δαμάτηρ, ὅτι οἱ ξύλον ἱερὸν ἄλγει,; l’amplificatio di Ov. contremuit gemitumque dedit Deoia quercus:/et pariter frondes, pariter pallescere glandes/coepere ac longi pallorem ducere rami/Cuius ut in trunco fecit manus impia vulnus,/haud aliter fluxit discusso cortice sangui
  • l’empietà di Erisittone vs la stoltezza del padre di Parebio in Apollonio Rodio ἀφραδέως ἔτμηξεν ἀγηνορίῃ νεότητος.
  • la pietas dei servi
  • l’intervento inizialmente mite di Demetra in Callimaco (l’anafora teknon all’inizio del verso e all’interno del secondo verso, all’inizio del secondo emistichio) vs. la maestà e la collera immediata di Cerere in Ovidio.
  • gli effetti della fame (il comico in Callimaco. le scuse della madre e il culmine nella preghiera del padre ἤ οἱ ἀπόστασον χαλεπὰν νόσον ἠέ νιν αὐτὸς /βόσκε λαβών : guariscilo o dagli da mangiare tu) il tragico in Ovidio: furit ardor edendi.
  • In Callimaco Erisittone fa una misera fine, chiede l’elemosina, in Ovidio divora se stesso.

In conclusione, per gli antichi mancare di rispetto alla Natura, alla Madre Terra è un’empietà e come tale viene punita. Il finale terribile di Ovidio, la scena dell’autofagia, può essere letto come una metafora: danneggiare la terra equivale a distruggere se stessi.

 La sacralità degli alberi è testimoniata anche da Plinio il Vecchio, che è un osservatore rigorosamente razionale: nella sua riflessione sul cosmo e sulla natura, sovente affronta anche problematiche morali e religiose e, nella meticolosa catalogazione di tutto ciò che appartiene al mondo naturale, affiora talvolta un senso religioso della Natura, una riflessione sull’infinita varietà degli aspetti che essa assume e dei fenomeni che produce, e la consapevolezza della sostanziale unità di tutto ciò che esiste e che è pervaso dallo stesso soffio vitale (vitalis spiritus).

Egli spiega così per quali ragioni gli alberi siano stati oggetto di rispettosa devozione fin dai tempi più antichi.