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La sacralità degli alberi. Gli esempi di Parebio ed Erisittone

Tagliare alberi è un’empietà. La punizione che ne consegue viene pagata duramente anche dai figli di chi l’ha commessa: così accade a Parebio, figlio dell’empio che ha tagliato la quercia di una ninfa  Amadriade, come racconta Fineo, l’indovino, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (II, 467-486); così accadrà che anche ai famigliari di Erisittone, i quali, benché non siano oggetto diretto della punizione, subiranno le conseguenze del destino del colpevole.
Cominciamo dal racconto di Fineo.

Testo 1 Apollonio Rodio, Argonautiche II, 467-486

‘ὦ φίλοι, οὐκ ἄρα πάντες ὑπέρβιοι ἄνδρες ἔασιν,

οὐδ᾽ εὐεργεσίης ἀμνήμονες. ὡς καὶ ὅδ᾽ ἀνὴρ

τοῖος ἐὼν δεῦρ᾽ ἦλθεν, ἑὸν μόρον ὄφρα δαείη.

εὖτε γὰρ οὖν ὡς πλεῖστα κάμοι καὶ πλεῖστα μογήσαι,

δὴ τότε μιν περιπολλὸν ἐπασσυτέρη βιότοιο

χρησμοσύνη τρύχεσκεν: ἐπ᾽ ἤματι δ᾽ ἦμαρ ὀρώρει

κύντερον, οὐδέ τις ἦεν ἀνάπνευσις μογέοντι.

475 ἀλλ᾽ ὅγε πατρὸς ἑοῖο κακὴν τίνεσκεν ἀμοιβὴν

ἀμπλακίης. ὁ γὰρ οἶος ἐν οὔρεσι δένδρεα τέμνων

δή ποθ᾽ ἁμαδρυάδος νύμφης ἀθέριξε λιτάων,

ἥ μιν ὀδυρομένη ἀδινῷ μειλίσσετο μύθῳ,

μὴ ταμέειν πρέμνον δρυὸς ἥλικος, ᾗ ἔπι πουλὺν

αἰῶνα τρίβεσκε διηνεκές: αὐτὰρ ὁ τήνγε

ἀφραδέως ἔτμηξεν ἀγηνορίῃ νεότητος.

τῷ δ᾽ ἄρα νηκερδῆ νύμφη πόρεν οἶτον ὀπίσσω

αὐτῷ καὶ τεκέεσσιν. ἔγωγε μέν, εὖτ᾽ ἀφίκανεν,

ἀμπλακίην ἔγνων: βωμὸν δ᾽ ἐκέλευσα καμόντα

485 Θυνιάδος νύμφης, λωφήια ῥέξαι ἐπ᾽ αὐτῷ

ἱερά, πατρῴην αἰτεύμενον αἶσαν ἀλύξαι.

ἔνθ᾽ ἐπεὶ ἔκφυγε κῆρα θεήλατον, οὔποτ᾽ ἐμεῖο

ἐκλάθετ᾽, οὐδ᾽ ἀθέρισσε: μόλις δ᾽ ἀέκοντα θύραζε

πέμπω, ἐπεὶ μέμονέν γε παρέμμεναι ἀσχαλόωντι.’

“Amici, non tutti gli uomini sono superbi,

non tutti scordano i benefici. Guardate

 quest’uomo che un tempo è venuto a cercarmi

perché voleva conoscere il proprio destino.

Quanto più lavorava, quanto più s’affaticava,

sempre più lo tormentava la mancanza dei mezzi

di vita; cresceva giorno su giorno sempre più atroce

e per le sue pene mai non c’era respiro.

Ma pagava una dura pena per una colpa

del padre: costui, trovandosi solo nei boschi

 a tagliare la legna, disprezzò le preghiere

di una Ninfa Amadriade, che gli chiese piangendo

di non tagliare il tronco di quercia ch’era cresciuto con lei,

dove aveva trascorso la vita; ma lui incurante recise

l’albero, nell’arroganza della sua giovinezza.

Ma poi la Ninfa mandò una sciagura incurabile

a lui ed ai suoi figli. lo, quando venne da me, 

conobbi la colpa, e gli ordinai di costruire un altare

alla Ninfa di Tinia[1], e compiervi dei sacrifici

per espiazione, chiedendo di scampare alla sorte paterna.

E da quando è sfuggito al castigo divino, non si è

scordato di me, non mi ha trascurato, ché anzi a fatica lo mando

alla sua casa,  tanto desidera porgermi aiuto nella disgrazia[2]. (Trad. G.Paduano, BUR, 1986)

L’abbattimento della quercia in questo caso colpisce una ninfa Amadriade

Le Amadriadi sono ninfe dei boschi, la cui vita è strettamente connessa con la vita delle querce, come dichiara il nome “parlante”: in greco áma “insieme”e  drys “quercia”.  Nel racconto prevale il tono patetico: la ninfa,  dolendosi con  veeementi, vibranti parole (ὀδυρομένη ἀδινῷ … μύθῳ), cerca di impietosire (μειλίσσετο, imperf. di conato) il malintenzionato. Nella sua preghiera non accenna alla sacralità dell’albero, ma sottolinea il legame affettivo: quello che è minacciato dalla scure è il tronco della quercia sua coetanea (πρέμνον δρυὸς ἥλικος) con cui finora aveva trascorso, anzi stava trascorrendo (τρίβεσκε, imperf. della forma intensiva di  τρίβw) molto tempo, una vita, senza interruzione (διηνεκές). Dell’anonimo malfattore non si accusa l’empietà, come sarà nel caso che vedremo successivamente, ma la stoltezza, la noncuranza (ἀφραδέως) con cui compie il misfatto, spinto dalla tracotanza, dalla superbia dell’età (ἀγηνορίῃ νεότητος): un bullo senza cervello, si direbbe. La punizione sembra improntata alla regola del contrappasso: la ninfa, colpita nei suoi affetti più cari – la quercia è amata come una sorella gemella- punisce il figlio del colpevole.

Nel Sesto Inno di Callimaco, dedicato a Demetra, in tutto 138 versi, la parte centrale, di 83 versi, è occupata dal mito di Erisittone (vv. 32-115)

Erisittone abbatte il pioppo sacro a Demetra e la punizione della dea è terribile: sarà divorato da una fame inestinguibile, gettando nella disperazione tutta la famiglia.

Lo stesso mito è ripreso da Ovidio nel libro VIII delle Metamorfosi(vv. 738-878)


[1] Tinia: località sul Mar Nero, che taluni localizzano sulla costa Europea, dove vive Fineo.

[2] Fineo, l’indovino, è diventato cieco per una punizione divina, su cui si hanno tradizioni diverse.