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III° Gli animali: il divieto di mangiar carne

Ovidio Metamorfosi, XV, vv.120-142

Seneca Ad Lucilium, 108, 17-22

Plutarco Moralia, De esu carnium 

Sul rapporto tra gli esseri umani e gli animali nel mondo antico si scontrano due visioni opposte: da un lato quella più antica, che considera sacra la vita presente in tutti gli essere animati, dall’altra quella antropocentrica,  secondo cui la natura è  al servizio dell’uomo.

L’eccellenza dell’essere umano, sostenuta da Aristotele e dagli Stoici, consiste nell’essere dotato di ragione e di linguaggio. A ciò si aggiungerà il dettato biblico: Dio crea gli animali al servizio dell’uomo e incarica Adamo di dar loro un nome (Gen. 2, 18-20)[1]; dare il nome equivale a una presa di possesso.  Dall’altra parte invece si afferma la sostanziale unità di tutti viventi e si riconosce la sensibilità e la soffrenza negli animali. Che gli animali siano dotati di sensibilità e di affetti appare già nei poemi omerici[2] e ritroviamo il tema in Lucrezio quando dimostra che gli animali sanno riconoscersi.[3]

Il divieto di mangiare carne fondato sulla teoria della metempsicosi ha origini antichissime: è orfico tanto quanto pitagorico. A ciò si aggiunge il mito dell’età aurea, di un mondo innocente, in cui non c’era alcun bisogno di procurarsi il cibo in modo cruento, perché la terra forniva spontaneamente i suoi prodotti, dunque l’uso di uccidere gli animali per cibarsene era subentrato nelle età successive con la progressiva degenerazione dell’umanità.

Il vegetarianesimo costituisce parte importante dell’ideologia ovidiana dell’aurea aetas, come è facile comprendere da Met.I,101-6 e soprattutto da XV, 96 e segg.

Testo 1. Ov.,Met. I, 101- 105

ipsa quoque inmunis rastroque intacta nec ullis

saucia vomeribus per se dabat omnia tellus,

contentique cibis nullo cogente creatis

arbuteos fetus montanaque fraga legebant

cornaque et in duris haerentia mora rubetis

et, quae deciderant patula Iovis arbore, glandes.

 La terra poi, libera da costrizioni, non lavorata dal rastrello o ferita dall’aratro, produceva tutto spontaneamente; gli uomini, accontentandosi dei cibi che crescevano senza bisogno di coltura, raccoglievano i corbezzoli, le fragole selvatiche, le corniole e le more tra le spine dei roveti, nonché  le ghiande che cadevano dall’ampia chioma dell’albero di Giove. (trad. di Giovanna Faranda Villa. Ovidio, Le Metamorfosi. BUR. 1994)

Ogni uomo che si ciba di carni di animali è  in questa visione dalle tinte esasperate ‘un cannibale’ al pari di Tieste; così infatti si esprime Pitagora nelle Metamorfosi esortando a non cibarsi di carne: neve Thyesteis cumulemus viscera mensis (XV,462). Il tema è ampiamente trattato da Ovidio: già accennato nel I libro delle Metamorfosi, viene ripreso con il discorso di Pitagora, che occupa circa metà del libro XV (vv. 75-478), in cui il precetto che vieta di mangiare carne si fonda qui su una teoria fisica: la teoria della migrazione delle anime infatti è collegata con la teoria della trasformazione universale. Il discorso fatto pronunciare da Pitagora ha un tono ispirato e profetico, e nello stesso tempo presenta una struttura argomentativa serrata[4]. In breve: gli esseri umani hanno a disposizione cibo in abbondanza fornito dalla terra. È proprio degli animali cibarsi di carne, e non di tutti, ma solo di quelli di indole malvagia (quibus ingenium est inmansuetumque ferumque v.85). L’età dell’oro ignorava questo uso che ebbe inizio con l’uccisione per necessità di belve feroci, a cui fece seguito la soppressione di animali domestici responsabili di qualche danno ai seminati o ai raccolti. Ma è ingrato, oltre che crudele, chi uccide gli animali che lavorano insieme a lui, come il bue, o che gli danno qualche bene prezioso, come la lana o il latte. Ancor più empio pensare che gli dei richiedano questi sacrifici di animali (vv.127-129). Gli uomini agiscono così perché sono privi della guida della ragione e hanno paura di ogni cosa, soprattutto della morte,  ignorando che l’anima non muore con il corpo, ma trasmigra in un altro essere (vv. 153-172). Viene enunciata a questo punto la legge della trasformazione che opera in tutti gli aspetti dell’universo (omnia mutantur, nihil interit. v. 165. ”tutto muta, nulla perisce”), si conclude con la profezia del destino di Roma (186-452). Dalla teoria della metempsicosi deriva come corollario il divieto di cibarsi di carne (453-478). La compassione (nel senso etimologico di sun-pajhia) investe tutte le creature viventi, tutte partecipi dello stesso principio vitale.

T2  a)  Il discorso di Pitagora

Ovidio,  Metam. XV vv. 75-98

 «Parcite, mortales, dapibus temerare nefandis

corpora! sunt fruges, sunt deducentia ramos

pondere poma suo tumidaeque in vitibus uvae,

sunt herbae dulces, sunt quae mitescere flamma

mollirique queant; nec vobis lacteus umor

eripitur, nec mella thymi redolentia florem:

prodiga divitias alimentaque mitia tellus

suggerit atque epulas sine caede et sanguine praebet.

carne ferae sedant ieiunia, nec tamen omnes:

quippe equus et pecudes armentaque gramine vivunt;

at quibus ingenium est inmansuetumque ferumque,

Armeniae tigres iracundique leones

cumque lupis ursi, dapibus cum sanguine gaudent.

heu quantum scelus est in viscera viscera condi

ingestoque avidum pinguescere corpore corpus

alteriusque animans animantis vivere leto!

scilicet in tantis opibus, quas, optima matrum,

terra parit, nil te nisi tristia mandere saevo

vulnera dente iuvat ritusque referre Cyclopum,

nec, nisi perdideris alium, placare voracis

et male morati poteris ieiunia ventris!

«At vetus illa aetas, cui fecimus aurea nomen,

fetibus arboreis et, quas humus educat, herbis

fortunata fuit nec polluit ora cruore.

Smettetela, uomini diprofanare i vostri corpi con cibi empi! Ci sono le messi, ci sono gli alberi stracarichi di frutti, ci sono turgidi grappoli d’uva sulle viti! Ci sono erbe dolci e tenere, altre che si possono addolcire e ammorbidire con la cottura. Avete a disposizione il latte e il miele profumato di timo. La terra nella sua generosità vi propone in abbondanza blandi cibi e  vi offre banchetti senza stragi e sangue. Sono le bestie a soddisfare la loro fame con la carne e nemmeno tutte! I cavalli, le pecore e i bovi vivono d’erba. Invece quelle che hanno una natura indomabile e feroce: le tigri d’Armenia, i rebbiosi leoni, i lupi e gli orsi, pretendono cibo sanguinolento. Che enorme delitto è ingurgitare viscere altrui nelle proprie, far ingrassare il proprio corpo ingordo a spese di altri corpi, e vivere, noi animali,[5] della morte di altri animali! Ti par possibile che fra tanto ben di dio che produce la terra, ottima tra le madri, a te non piaccia masticore altro con i tuoi denti crudeli che carne ferita, riportando in voga le abitudini dei Ciclopi? E non riuscirai a placare le brame del tuo ventre vorace e male abituato se non uccidendo un altro? Eppure quell’antica età, cui abbiamo dato il nome di “aurea”, fu felice perché gli uomini vivevano dei frutti degli alberi e delle erbe prodotte dalla terra, e le bocche non erano contaminate dal sangue. (trad. di G. Faranda Villa. Ovidio, Le Metamorfosi. BUR. 1994)

Pitagora si rivolge agli uomini con un’invocazione accorata che esprime religioso sgomento per l’empietà di cui è testimone: “Parcite, mortales, dapibus temerare nefandis/corpora!” Mangiare  questi cibi nefandi, illeciti, è una profanazione del corpo (temerare corpora) che li ingerisce, perché, come poi spiega più chiaramente, il delitto – scelus – consiste nella affinità di chi mangia con chi è mangiato, cioè tra esseri che condividono l’appartenenza alla comunità dei viventi, tre volte sottolineata dal poliptoton in tre versi successivi, e l’efferatezza del delitto appare dall’antitesi che li chiude: “vivere della morte” (heu quantum scelus est in viscera viscera condi/ingestoque avidum pinguescere corpore corpus/alteriusque animans animantis vivere leto!)

L’orrore per il sangue si esprime nel richiamo all’età aurea, quando le bocche non ne erano contaminate, profanate: nec polluit ora cruore. Osserviamo che cruor è il sangue vivo, di un essere vivente ucciso.

T 2 b) Ovidio Metam. XV, 456- 478

Nos quoque, pars mundi, quoniam non corpora solum,

verum etiam volucres animae sumus, inque ferinas

possumus ire domos pecudumque in pectora condi,

corpora, quae possint animas habuisse parentum

aut fratrum aut aliquo iunctorum foedere nobis

aut hominum certe, tuta esse et honesta sinamus

neve Thyesteis cumulemus viscera mensis!

quam male consuescit, quem se parat ille cruori

inpius humano, vituli qui guttura ferro

rumpit et inmotas praebet mugitibus aures,

aut qui vagitus similes puerilibus haedum

edentem iugulare potest aut alite vesci,

cui dedit ipse cibos! quantum est, quod desit in istis

ad plenum facinus? quo transitus inde paratur?

bos aret aut mortem senioribus inputet annis,

horriferum contra borean ovis arma ministret,

ubera dent saturae manibus pressanda capellae!

retia cum pedicis laqueosque artesque dolosas

tollite! nec volucrem viscata fallite virga

nec formidatis cervos includite pinnis

nec celate cibis uncos fallacibus hamos;

perdite siqua nocent, verum haec quoque perdite tantum:

ora cruore vacent alimentaque mitia carpant!»

Quindi anche noi che siamo parte del mondo, dato che non siamo solo corpi, ma anche anime alate e possiamo trasferirci in altra sede, cioè nelle fiere e negli animali di un gregge, rispettiamo e concediamo la sicurezza a quei corpi in cui può darsi che alberghino anime di genitori, di fratelli o di altri che possono essere in qualche modo legati a noi, o comunque di esseri umani: evitiamo di riempirci le viscere  con cibi degni di Tieste! Che tremende abitudini contrae e come si prepara a versare empiamente sangue umano colui che taglia con un coltello la gola di un vitellino, senza lasciarsi turbare dai muggiti che giungono alle sue orecchie! Colui che può sgozzare un capretto che emette lamenti simili ai vagiti di un bambino o cibarsi di un uccello a cui ha dato lui stesso da mangiare! Quanto manca a gente del genere per compiere un vero e proprio delitto? Se si comincia così, dove si andrà a finire? Lasciate che il bue ari e debba la sua morte alla vecchiaia, che la pecora ci procuri il mezzo per difenderci contro i rigori di Borea, che la capra ci offra le sue poppe da mungere! Eliminate le reti, le trappole, i cappi, tutte le insidie! Non preparate tranelli agli uccelli con bastoni spalmati di vischio, né ai cervi con spauracchi coperti di penne e non nascondete ami adunchi sotto esche ingannatrici! Uccidete le bestie che fanno del male, ma limitatevi a ucciderle! Le vostre bocche non se ne cibino e si nutrano solo di alimenti incruenti!” . (trad. di G. Faranda Villa. Ovidio, Le Metamorfosi. BUR. 1994)

La conclusione è altrettanto accorata: dopo aver dimostrato che uno stretto vicolo unisce tutti i viventi (nos quoque, pars mundi, quoniam non corpora solum,/verum etiam volucres animae sumus), accennando alla teoria della metempsicosi, Pitagora rinnova, a maggior ragione, l’esortazione ad evitare di uccidere animali per poi cibarsene: una nefandezza che si può paragonare a un atto di cannibalismo, come appare dal riferimento all’orrendo mito di Atreo e Tieste[6] (neve Thyesteis cumulemus viscera mensis!), in cui si legge un’allusione evidente al modello tragico di Accio,  natis sepulcro ipse est parens (Atreus v. 226 TRF) (Il padre stesso fa da sepolcro ai figli)

L’esecrazione della crudeltà risalta dalle immagini successive: la gola tagliata del vitellino, i muggiti della madre, i belati del capretto simili a vagiti di bimbi (vituli qui guttura ferro/ rumpit et inmotas praebet mugitibus aures /aut qui vagitus similes puerilibus haedum/edentem iugulare potest ), l’indifferenza per gli animali domestici: la gallina, il bue, la pecora, le caprette. Si nota il risalto che viene dato  a questi animali dalla posizione all’inizio, al centro e alla fine di verso (bos …ovis …. capellae!). Lo stesso diritto alla vita vale anche per gli animali selvatici, che non devono essere ingannati da trappole o da esche crudeli.  L’attenzione però non è rivolta solo alla salvaguardia degli anmali, ma subentra ripetutamete la considerazione che l’abitudine alla crudeltà prelude al delitto, dall’uccisione degli animali a quella di un altro uomo il passo è breve:  Quam male consuescit, quam se parat ille cruori/ inpius humano qui … / Quantum est, quod desit in istis /ad plenum facinus? quo transitus inde paratur? Infine, se è necessario uccidere animali pericolosi, vale il diritto alla legittima difesa, ma non per questo sarebbe meno empio cibarsi di carni in cui scorreva il sangue: ora cruore vacent alimentaque mitia carpant!

T3. Seneca, Ep. ad Luc. 108, 17-22

Ma lo stoico non  sente la necessità di rinunciare alla carne

17.Quoniam coepi tibi exponere quanto maiore impetu ad philosophiam iuvenis accesserim quam senex pergam, non pudebit fateri quem mihi amorem Pythagoras iniecerit. Sotion[7] dicebat quare ille animalibus abstinuisset, quare postea Sextius. Dissimilis utrique causa erat, sed utrique magnifica. 18. Hic homini satis alimentorum citra sanguinem esse credebat et crudelitatis consuetudinem fieri ubi in voluptatem esset adducta laceratio. Adiciebat contrahendam materiam esse luxuriae; colligebat bonae valetudini contraria esse alimenta varia et nostris aliena corporibus.  19. At Pythagoras omnium inter omnia cognationem esse dicebat et animorum commercium in alias atque alias formas transeuntium. Nulla, si illi credas, anima interit, ne cessat quidem nisi tempore exiguo, dum in aliud corpus transfunditur. Videbimus per quas temporum vices et quando pererratis pluribus domiciliis in hominem revertatur: interim sceleris hominibus ac parricidii metum fecit, cum possent in parentis animam inscii incurrere et ferro morsuve violare, si in quo <corpore> cognatus aliqui spiritus hospitaretur.

20. Haec cum exposuisset Sotion et implesset argumentis suis, ‘non credis’ inquit ‘animas in alia corpora atque alia discribi et migrationem esse quod dicimus mortem? Non credis in his pecudibus ferisve aut aqua mersis illum quondam hominis animum morari? Non credis nihil perire in hoc mundo, sed mutare regionem? nec tantum caelestia per certos circuitus verti, sed animalia quoque per vices ire et animos per orbem agi? Magni ista crediderunt viri. 21. Itaque iudicium quidem tuum sustine, ceterum omnia tibi in integro serva. Si vera sunt ista, abstinuisse animalibus innocentia est; si falsa, frugalitas est. Quod istic credulitatis tuae damnum est? alimenta tibi leonum et vulturum eripio.’ 22. His ego instinctus abstinere animalibus coepi, et anno peracto non tantum facilis erat mihi consuetudo sed dulcis. Agitatiorem mihi animum esse credebam nec tibi hodie adfirmaverim an fuerit. Quaeris quomodo desierim? In primum Tiberii Caesaris principatum iuventae tempus inciderat: alienigena tum sacra movebantur et inter argumenta superstitionis ponebatur quorundam animalium abstinentia. Patre itaque meo rogante, qui non calumniam timebat sed philosophiam oderat, ad pristinam consuetudinem redii; nec difficulter mihi ut inciperem melius cenare persuasit.

17. Dato che ho cominciato a raccontarti come da giovane io mi sia avvicinato alla filosofia con uno slancio maggiore di quello con cui continuo da vecchio, non mi vergognerò di confessarti quale amore mi ispirò Pitagora. Sozione spiegava per quale motivo Pitagora si fosse astenuto dal mangiar carne e in seguito Sestio. Le loro motivazioni erano diverse, ma  bellissime per entrambi. 18. Secondo Sestio l’uomo ha una quantità sufficiente di alimenti senza  bisogno di versare sangue e riteneva che si crei un’abitudine alla crudeltà, quando l’atto di smembrare finisce per diventare un piacere. Aggiungeva poi che bisogna limitare il campo dei piaceri; e concludeva che la varietà di cibi è nociva per la salute e dannosa per il nostro corpo. 19. Pitagora, invece, affermava che esiste una parentela di tutti gli esseri fra loro e che c’è una relazione tra le anime che trasmigrano in forme di vita diverse. Nessuna anima muore, se gli dai retta,  e neppure  cessa di agire, se non nel breve istante in cui si trasferisce in un altro corpo. Vedremo poi attraverso quali avvicendamenti nel tempo, e quando l’anima ritorni in un uomo, dopo esser passata per diverse dimore: intanto ha fatto nascere negli uomini la paura di un delitto e di un parricidio, dal momento che potrebbero imbattersi inconsapevolmente nell’anima di un genitore e di farle violenza con il coltello o con i morsi, se in qualche corpo albergasse qualche spirito consanguineo. 20. Dopo avere esposto queste teorie rafforzandole con le proprie argomentazioni, Sozione mi chiese: “Non credi che le anime siano assegnate ora a un corpo, ora ad un altro e che ciò che chiamiamo morte sia una migrazione? Non credi che negli animali domestici o selvatici o acquatici dimori un’anima che un tempo fu di un uomo? Non credi che nulla perisca in questo mondo, ma semplicemente cambi luogo? Che non soltanto i corpi celesti percorrano un cammino prefissato, ma che anche gli esseri animati vadano per fasi alterne e che le anime seguano un’orbita? 21. Grandi uomini hanno creduto a queste teorie. Sospendi perciò il tuo giudizio, per il resto riservati tutto da decidere. Se queste teorie sono vere, l’astenersi dalle carni significa assenza di colpa; se sono false, significa sobrietà. Che danno  c’è in questo caso nel crederci? Ti sottraggo i cibi dei leoni e degli avvoltoi.” 22. Colpito da questi discorsi, mi astenni dalle carni e, trascorso un anno, era diventata per me un’abitudine non solo facile, ma anche piacevole. Avevo la sensazione che il mio spirito fosse più vivace, ma oggi non potrei affermare con sicurezza se lo fosse veramente. Vuoi sapere come io abbia smesso? La mia giovinezza coincideva con il primo periodo del principato di Tiberio: allora i culti stranieri erano banditi e l’astinenza dalle carni di certi animali era considerata una prova di pratiche superstiziose. Per le preghiere di mio padre, che non temeva le calunnie, ma odiava la filosofia, ritornai alle vecchie abitudini;  ed egli senza fare molta fatica mi persuase a cominciare a mangiare meglio. (trad. mia)

Come si vede dalla lettera di Seneca, lo stoico non ha difficoltà a cibarsi di carne. Dopo un’infatuazione giovanile per la filosofia, suggestionato da Pitagora, per motivi altrettanto contingenti, le esortazioni del padre e l’editto di Tiberio, dopo un anno ritorna alla dieta carnivora.

Non che il regime vegetariano abbia qualche controindicazione: Seneca apprezza le motivazioni di Sestio: evitare l’abitudine alla crudeltà, ridurre tutto ciò che induce alla sregolatezza, proteggere la salute (crudelitatis consuetudinem …. contrahendam materiam esse luxuriae; colligebat bonae valetudini contraria esse alimenta varia). Le sintetizza nei parallelismi credebat, adiciebat, colligebat. Riferisce più diffusamente le argomentazioni del suo maestro Sozione,  con un discorso diretto, in cui abbondano le interrogative retoriche a sostegno della teoria della metempsicosi. Ma infine, evidentemente di fronte alle perplessità dell’allievo, il maestro fa marcia indietro: la pensi pure come crede sulla trasmigrazione delle anime, ma astenersi dalla carne è pur sempre un bene:  Si vera sunt ista, abstinuisse animalibus innocentia est; si falsa, frugalitas est.

Ma il giovane Seneca abbandona le suggestioni della filosofia pitagorica quando, nel 19, la Scuola dei Sestii viene chiusa in seguito all’editto di Tiberio che vieta i culti stranieri. Ci si mette anche il padre, che detesta la filosofia, nec difficulter mihi ut inciperem melius cenare persuasit. Dopo tutto, stoico sì, ma buongustaio.

T4. a) Plutarco Sulla sarcofagia  A’ e B’De esu carnium 

L’orrore del sangue

Con questo titolo sono stati tramandati due brevi scritti incompleti, probabilmente la trascrizione di due conferenze, loégoi, in cui Plutarco sostiene il divieto di mangiar carne con diverse argomentazioni che riprendono la lunga tradizione precedente, inizia infatti con il nome di Pitagora.  Ma in primo luogo esprime la repulsione per il contatto con il sangue e con la morte, che costitisce una forma di contaminazione.

1. 993 a, b, c.  ἀλλὰ σὺ μὲν ἐρωτᾷς; τίνι λόγῳ Πυθαγόρας ἀπείχετο σαρκοφαγίας, ἐγὼ δὲ θαυμάζω καὶ τίνι  pάθει καὶ ποίᾳ ψυχῇ ἢ λόγῳ ὁ πρῶτος ἄνθρωπος ἥψατο φόνου στόματι καὶ τεθνηκότος ζῴου χείλεσι προσήψατο σαρκός: καὶ νεκρῶν σωμάτων καὶ ἑώλων προθέμενος τραπέζας ὄψα καὶ τρυφὰς καὶ προσέτι εἰπεῖν τὰ μικρὸν ἔμπροσθεν βρυχώμενα μέρη καὶ φθεγγόμενα καὶ κινούμενα καὶ βλέποντα: πῶς ἡ ὄψις ὑπέμεινε τὸν φόνον σφαζομένων δερομένων διαμελιζομένων, πῶς ἡ ὄσφρησις ἤνεγκε τὴν ἀποφοράν πῶς τὴν γεῦσιν οὐκ ἀπέτρεψεν ὁ μολυσμὸς ἑλκῶν ψαύουσαν ἀλλοτρίων καὶ τραυμάτων θανασίμων χυμοὺς: καὶ ἰχῶρας ἀπολαμβάνουσαν.

Tu vuoi sapere secondo quale criterio Pitagora si astenesse dal mangiar carne, mentre io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto: e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e  vivevano. Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore? come mai quella lordura non stornò il senso del gusto, che veniva a contatto  con le piaghe di altre creature e che sorbiva umori e sieri essudati da ferite mortali? (trad. di D. Magini. Plutarco Del mangiar carne. Trattati sugli animali,  Adelphi, 2001)

Inoltre questa abitudine non risponde a una necessità, data l’abbondanza dei prodotti della terra. In questo caso scompare però il mito dell’età aurea: al contrario si direbbe che l’età più felice sia la presente, in cui l’abbondanza è garantita, mentre si può giustificare il ricorso all’uccisione degli uomini primitivi, spinti dall’istinto di sopravvivenza. Da parte sua Plutarco insiste  sulla sensibilità degli animali e sulla crudeltà umana, che assume il carattere di vera e propria empietà. Il fatto che esistano animali nocivi non giustifica affatto la ricerca della carne come cibo. Non si vede solo la crudeltà dei corpi smembrati sulle tavole imbandite dei ricchi, ma per giunta lo spreco nella quantità degli avanzi gettati.

ἀλλ᾽ οὐδὲν ἡμᾶς δυσωπεῖ, οὐ χρόας ἀνθηρὸν εἶδος, οὐ φωνῆς ἐμμελοῦς πιθανότης, οὐ πανουργία ψυχῆς, οὐ τὸ καθάριον ἐν διαίτῃ καὶ περιττὸν ἐν συνέσει τῶν ἀθλίων, ἀλλὰ σαρκιδίου μικροῦ χάριν ἀφαιρούμεθα ψυχῆς ἥλιον, φῶς, τὸν τοῦ βίου χρόνον, ἐφ᾽ ᾧ γέγονε καὶ πέφυκεν. εἶθ᾽ ἃς φθέγγεται καὶ διέτρισε φωνὰς ἀνάρθρους εἶναι δοκοῦμεν, οὐ παραιτήσεις καὶ δεήσεις καὶ δικαιολογίας ἑκάστου λέγοντος ‘οὐ παραιτοῦμαί σου τὴν ἀνάγκην ἀλλὰ τὴν ὕβριν, ἵνα φάγῃς ἀπόκτεινον, ἵνα δ᾽ ἥδιον φάγῃς μὴ μ᾽ ἀναίρει’ ὢ τῆς ὠμότητος δεινὸν μέν ἐστι καὶ τιθεμένην ἰδεῖν τράπεζαν ἀνθρώπων πλουσίων νεκροκόσμοις χρωμένων μαγείροις καὶ ὀψοποιοῖς, δεινότερον δ᾽ ἀποκομιζομένην πλείονα γὰρ τὰ λειπόμενα τῶν βεβρωμένων ἐστίν οὐκοῦν ταῦτα μάτην ἀπέθανεν.

Nulla turba il nostro senso del pudore, non il fiorente aspetto di queste creature sventurate, non il fascino della loro voce armoniosa, non l’accortezza della loro mente, né la purezza del loro modo di vivere e la loro straordinaria intelligenza. invece per un minuscolo pezzo di carne priviamo un essere vivente della luce del sole e del corso dell’esistenza per cui esso è nato ed è stato generato.  Per di più crediamo che i suoni e le strida che gli animali emettono siano voci inarticolate e non piuttosto preghiere, suppliche e richieste di giustizia: poiché ognuno di loro proclama: “Non cerco di scongiurare la tua necessità, ma la tua tracotanza, uccidimi per mangiare, ma non togliermi la vita per mangiare in modo più raffinato.” Che crudeltà! Ė terribile infatti vedere imbandite le mense dei ricchi, che usano i cuochi, professionisti o semplici cucinieri, come acconciatori di cadaveri; ma è ancora più terribile vedere quando esse vengono spsrecchiate: perché gli avanzi sono più abbondanti di quanto è stato consumato. Queste creature dunque sono morte inutilmente! (idem)

In secondo luogo l’uso di mangiar carne non è di origine naturale, perché il corpo umano presenta evidenti differenze da quello degli animali carnivori. Anzi a noi la carne fa male. Se però qualcuno fosse convinto di essere nato carnivoro, che ammazzi l’animale che vuol mangiare con le sue stesse mani, lo sbrani ancora vivo, invece di aspettare che gli venga servito cotto e condito. Naturalmente è un invito paradossale, tuttavia avvalora la tesi che l’essere umano ha un atteggiamento ambiguo nel contatto con il sangue.

T.4 b)

Nel secondo discorso, Plutarco riprende considerando la perversione che si manifesta nell’uccisione degli animali, spesso infatti l’uccisione è preceduta da sevizie che vengono loro inflitte per rendere le carni più appetitose. In questo ravvisa un eccesso colpevole, che dimostra una volta di più che non è la necessità alla base di questa pratica, ma la ricerca smodata del piacere e la violenza; si sviluppa così quell’istinto sanguinario che apre ben presto la strada alle stagi fratricide e alle guerre.

χαλεπὸν μὲν γάρ, ὥσπερ ὁ Κάτων ἔφησε, λέγειν πρὸς γαστέρας ὦτα μὴ ἐχούσας: καὶ πέποται ὁ τῆς συνηθείας κυκεών, ὥσπερ ὁ τῆς Κίρκης  ὠδίνας ὀδύνας κυκεὼν ἀπάτας τε γόους τε:

καὶ τὸ ἄγκιστρον ἐκβάλλειν τῆς σαρκοφαγίας ὡς ἐμπεπηγμένον τῇ φιληδονίᾳ καὶ διαπεπαρμένον οὐ ῥᾴδιόν ἐστιν. ἐπεὶ καλῶς εἶχεν,[….] ἡμᾶς ἑαυτῶν τὴν γαστριμαργίαν καὶ μιαιφονίαν ἐκτεμόντας ἁγνεῦσαι τὸν λοιπὸν βίον ἐπεὶ ἥ γε γαστὴρ οὐ μιαιφόνον ἐστὶν ἀλλὰ μιαινόμενον ἀπὸ τῆς ἀκρασίας. οὐ μὴν ἀλλ᾽ εἰ καὶ ἀδύνατον νὴ Δία διὰ τὴν συνήθειαν τὸ ἀναμάρτητον, αἰσχυνόμενοι τῷ ἁμαρτάνοντι χρησόμεθα διὰ τὸν λόγον, ἐδόμεθα σάρκας, ἀλλὰ πεινῶντες οὐ τρυφῶντες: ἀναιρήσομεν ζῷον, ἀλλ᾽ οἰκτείροντες καὶ ἀλγοῦντες, οὐχ ὑβρίζοντες οὐδὲ βασανίζοντες: οἷα νῦν πολλὰ δρῶσιν [ ….] ἐξ ὧν καὶ μάλιστα δῆλόν ἐστιν, ὡς οὐ διὰ τροφὴν οὐδὲ χρείαν οὐδ᾽ ἀναγκαίως ἀλλ᾽ ὑπὸ κόρου καὶ ὕβρεως καὶ πολυτελείας ἡδονὴν πεποίηνται τὴν ἀνομίαν…

Freschi come siamo nelle idee e nello zelo, la ragione ci sollecita a riprendere il discorso di ieri sull’uso di mangiare la carne. Ė davvero difficile, come diceva Catone, parlare al ventre che non ha orecchie. Si è inoltre bevuta la pozione dell’abitudine, che, come quella di Circe, “mescola dolori e affanni, inganni e lamenti”. Non è semplice estrarre l’amo del mangiare carne, impigliato e conficcato com’è nella brama del piacere. Davvero sarebbe un bene […] se noi dessimo un taglio alla nostra ingordigia e alla nostra sete di sangue, e ci mantenessimo puri per tutto il resto della vita. non è infatti il ventre ad essere sanguinario, ma esso è contaminato di sangue dalla nostra incontinenza.Tuttavia, sebbene sia ormai impossibile mantenerci immuni dall’errore per la consuetudine che ci lega ad esso, provando vergogna agiremo male. Mangeremo sì la carne, ma spinti dalla fame  e non per ingordigia. Uccideremo sì un animale ma provando per esso pietà e dolore, non usando la violenza né torturandolo. Tali sono le sevizie che oggi vengono sovente  commesse […]. Da tali orrori risulta del tutto evidente che costoro  hanno trasformato in piacere la violenza non per nutrirsi, né perché siano spronati dal bisogno, ma per insolenza, ingiustizia e lusso smodato…(trad.idem)

L’uccisione di un essere vivente infatti è sempre un eccesso e un’empietà. La teoria della metempsicosi, già accennata nel primo discorso, viene citata come una delle motivazioni della necessità di astenersi dalla carne: Plutarco non la ritiene del tutto attendibile, ma tuttavia degna di considerazione. Infatti il concetto su cui insiste ripetutamente è la constatazione che tra tutti gli esseri viventi c’è un profondo legame di condivisione, anche senza bisogno di pensare alla trasmigrazione delle anime.

τίνες οὖν ὕστερον τοῦτ᾽ ἔγνωσαν;

οἳ πρῶτοι κακοεργὸν ἐχαλκεύσαντο μάχαιραν

εἰνοδίην, πρῶτοι δὲ βοῶν ἐπάσαντ᾽ ἀροτήρων.[8]

οὕτω τοι καὶ οἱ τυραννοῦντες ἄρχουσι μιαιφονίας. […] οὕτω τὸ πρῶτον ἄγριόν τι ζῷον ἐβρώθη καὶ κακοῦργον, εἶτ᾽ ὄρνις τις ἢ ἰχθὺς εἵλκυστο καὶ γευσάμενον οὕτω καὶ προμελετῆσαν ἐν ἐκείνοις τὸ φονικὸν ἐπὶ βοῦν ἐργάτην ἦλθε καὶ τὸ κόσμιον πρόβατον καὶ τὸν οἰκουρὸν ἀλεκτρυόνα καὶ κατὰ μικρὸν οὕτω τὴν ἀπληστίαν στομώσαντες ἐπὶ σφαγὰς ἀνθρώπων καὶ πολέμους καὶ φόνους προῆλθον.

Chi dunque introdusse successivamente questa usanza?

“ quelli che per primi forgiarono lo scellerato pugnale/ che colpisce nelle strade, per primi si cibarono dei buoi aratori”.

Allo stesso modo i tiranni inaugurarono i loro omicidi […] analogamente in origine gli uomini divorarono un animale selvatico e dannoso, poi dilaniarono un uccello o un pesce; in tal modo la loro natura sanguinaria, dopo aver gustato il sangue e aver fatto preliminarmente pratica su quegli animali, si rivolse al bue laborioso, alla pecora mite e  al gallo guardiano della casa: una volta che ebbero così gradualmente temprato la propria insaziabilità, gli uomini si volsero alle stragi dei loro simili, ai delitti e alle guerre. (trad.idem)

T 4.c)

Nella conclusione sferra un attacco pungente agli Stoici, così compresi nella svalutazione del piacere, che non vedono però la perversione nel desiderio di cibi troppo raffinati  a prezzo della vita di esseri viventi, che secondo loro non ci sono affini perché “privi di ragione”. Affermazione questa, che Plutarco smentisce decisamente in due trattati dei Moralia: Sull’intelligenza degli animalidi terra e di mare (Πότερα τῶν ζῴων φρονιμώτερα τὰ χερσαία ἢ τὰ ἔνυδρα – De sollertia animalium) e Gli animali usano la ragione (Περὶ τοῦ τὰ ἄλογα λόγῳ χρῆσθαι – Bruta animalia ratione uti).

τί τὴν ἡδονὴν θηλύνοντες καὶ διαβάλλοντες ὡς οὔτ᾽ ἀγαθὸν οὔτε προηγούμενον οὔτ᾽ οἰκεῖον οὕτω περὶ τὰ τῶν ἡδονῶν ἐσπουδάκασι; καὶ μὴν ἀκόλουθον ἦν αὐτοῖς, εἰ μύρον ἐξελαύνουσι καὶ πέμμα τῶν συμποσίων, μᾶλλον αἷμα καὶ σάρκα δυσχεραίνειν. νῦν δ᾽ ὥσπερ εἰς τὰς ἐφημερίδας φιλοσοφοῦντες δαπάνην ἀφαιροῦσι τῶν δείπνων ἐν τοῖς ἀχρήστοις καὶ περιττοῖς, τὸ δ᾽ ἀνήμερον τῆς πολυτελείας καὶ φονικὸν οὐ παραιτοῦνται. ‘ναί, φησίν, οὐδὲν γὰρ ἡμῖν πρὸς ‘τὰ ἄλογα δίκαιον ἔστιν.’

Perché proprio loro, [gli Stoici – N.d.C.] che considerano effeminato il piacere e lo  screditano come se non si trattasse né di un “bene”, né di una “cosa preferita”, né di qualcosa di “conveniente all’uomo”, si preoccupano tanto dei piaceri superflui? Certo sarebbe coerente da parte loro, visto che bandiscono aromi e manicaretti dai conviti, se provassero un’avversione anche maggiore per il sangue e per la carne. Invece, quasi filosofassero sui libri dei conti giornalieri, essi eliminano dai banchetti le spese relative alle cose inutili e superflue, mentre non evitano la componente feroce e sanguinaria del lusso. “Certo – dicono-  noi uomini non abbiamo nessuna parentela con gli esseri irrazionali” (trad. idem)


[1]  18. Dixit quoque Dominus Deus: “Non est bonum esse hominem solum; faciam ei adiutorium simile sui”. 19 Formatis igitur Dominus Deus de humo cunctis animantibus agri et universis volatilibus caeli, adduxit ea ad Adam, ut videret quid vocaret ea; omne enim, quod vocavit Adam animae viventis, ipsum est nomen eius. 20 Appellavitque Adam nominibus suis cuncta pecora et universa volatilia caeli et omnes bestias agri; Adae vero non inveniebatur adiutor similis eius. (Gen. 2,  18-20)

[2] Hom. Od., XVII, 290-327 : il cane Argo e le lacrime di Odisseo.

[3] Lucr.  De rerum Nat. II, 342-370

[4] Ma il discorso ha un carattere sincretistico e include elementi di varia provenienza. Già Empedocle di Agrigento (V sec. a. C.) aveva  sostenuto il divieto di cibarsi di carne, motivandolo con la teoria della metempsicosi e ad Empedocle risale la teoria dei quattro elementi enunciata nei vv. 237-258.  Nei vv. 178-185 è rievocata la teoria di Eraclito del perenne scorrere di tutte le cose, mentre il tema cosmologico accennato ai vv. 194-195 è chiaramente di derivazione stoica. La formulazione platonica della teoria del destino delle anime (Fedro, 246 -249 ) sembra riecheggiare nei vv. 456-458. Evidentissimi e numerosi sono i richiami a Lucrezio (De rerum natura V, 419 e sgg., 1161 e sgg; VI, 58 e sgg.; 379 e sgg., 527 e sgg.); in particolare  nel confronto dei vv.150 e sgg. con  De rerum natura II, 7 e sgg. e V, 1194 si vede come lo stesso tema sia trattato in termini analoghi, ma in una prospettiva teorica diversa. In particolare emergono affinità tematiche e lessicali con De rer. nat. V, 827-835: Mutat enim mundi naturam totius aetas… (Il tempo trasforma la natura del mondo intero)

[5] si intende “esseri animati”, animal “animato” è l’essere dotato del soffio vitale, anima > a!nemov = vento.

[6] Atreo per vendetta aveva ucciso i figli del fratello Tieste e glieli aveva imbanditi come cibo in un banchetto. La vicenda fu oggetto di tragedie di Sofocle e di Euripide, perdute, di Ennio e di Accio, di cui restano solo frammenti, di una di Seneca, e infine di Ugo Foscolo

[7] Sozione di Alessandria fu un filosofo pitagorico del I sec., che visse a Romma e fece parte della scuola dei Sestii, seguaci del pitagorismo e dello stoicismo.

[8] Arato, Phaenomena, 131 f