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II Disastri ecologici

II. Disastri ecologici:

Testo1. Plinio Nat.Hist.II, 67

 La terra-madre

 Sequitur terra, cui uni rerum naturae partium eximia propter merita cognomen indidimus maternae venerationis. sic hominum illa, ut caelum dei, quae nos nascentes excipit, natos alit semelque editos et sustinet semper, novissime conplexa gremio iam a reliqua natura abdicatos, tum maxime ut mater operiens, nullo magis sacra merito quam quo nos quoque sacros facit, etiam monimenta ac titulos gerens nomenque prorogans nostrum et memoriam extendens contra brevitatem aevi, cuius numen ultimum iam nullis precamur irati grave, tamquam nesciamus hanc esse solam quae numquam irascatur homini. aquae subeunt in imbres, rigescunt in grandines, tumescunt in fluctus, praecipitantur in torrentes, aer densatur nubibus, furit procellis: at haec benigna, mitis, indulgens ususque mortalium semper ancilla, quae coacta generat, quae sponte fundit, quos odores saporesque, quos sucos, quos tactus, quos colores! quam bona fide creditum faenus reddit! quae nostra causa alit! pestifera enim animantia, vitali spiritu habente culpam: illi necesse est semina excipere et genita sustinere; sed in malis generantium noxa est. illa serpentem homine percusso amplius non recipit poenasque etiam inertium nomine exigit. illa medicas fundit herbas et semper homini parturit. quin et venena nostri miseritam instituisse credi potest, ne in taedio vitae fames, mors terrae meritis alienissima, lenta nos consumeret tabe, ne lacerum corpus abrupta dispergerent, ne laquei torqueret poena praepostera incluso spiritu, cui quaereretur exitus, ne in profundo quaesita morte sepultura pabulo fieret, ne ferri cruciatus scinderet corpus. ita est, miserita genuit id, cuius facillimo haustu inlibato corpore et cum toto sanguine exstingueremur, nullo labore, sitientibus similes, qualiter defunctos non volucres, non ferae attingerent terraeque servaretur qui sibi ipsi periisset. verum fateamur: terra nobis malorum remedium genuit, nos illud vitae facimus venenum. non enim et ferro, quo carere non possumus, simili modo utimur nec tamen quereremur merito, etiamsi maleficii causa tulisset. adversus unam quippe naturae partem ingrati sumus. quas non ad delicias quasque non ad contumelias servit homini in maria iacitur aut, ut freta admittamus, eroditur. aquis, ferro, igni, ligno, lapide, fruge omnibus cruciatur horis multoque plus, ut deliciis quam ut alimentis famuletur nostris. et tamen quae summa patitur atque extrerna cute tolerabilia videantur: penetramus in viscera, auri argentique venas et aeris ac plumbi metalla fodientes, gemmas etiam et quosdam parvulos quaerimus lapides scrobibus in profundum actis. viscera eius extrahimus, ut digito gestetur gemma, quo petitur. quot manus atteruntur, ut unus niteat articulus! si ulli essent inferi, iam profecto illos avaritiae atque luxuriae cuniculi refodissent. et miramur, si eadem ad noxam genuit aliqua! ferae enim, credo, custodiunt illam arcentque sacrilegas manus. non inter serpentes fodimus et venas auri tractamus cum veneni radicibus? placatiore tamen dea ob haec, quod omnes hi opulentiae exitus ad scelera caedesque et bella tendunt, quodque sanguine nostro rigamus insepultisque ossibus tegimus, quibus tamen velut exprobrato furore tandem ipsa se obducit et scelera quoque mortalium occultat.

Segue [nella trattazione N.d.T.] la terra, l’unica parte della natura a cui, per i suoi merito straordinari abbiamo aggiuntto il nome di “madre” che comporta la venerazione che si deve alla madre. Così essa appartiene agli uomini come il cielo a dio, essa, che ci accoglie quando nasciamo, dopo che siamo nati, ci nutre, e una volta nati sempre ci sostiena, infine ci abbraccia nel suo grembo, quando siamo ormai abbandonati dal resto della natura, coprendoci allora soprattutto come una madre, da nessun beneficio resa più sacra che da quello con cui rende anche noi sacri, conservando la memoria di noi e i nostri titoli e prolungando il nostro nome ed estendendo il ricordo di noi  a dispetto della brevità del tempo. E la sua divinità, l’ultima, noi non preghiamo mai in preda all’ira contro qualcuno, come se non sapessimo che essa è la sola che non di adira mai con l’essere umano: le acque salgono in piogge, congelano in grandine, si gonfiano in ondate, precipitano rovinosamente in torrenti; l’aria di condensa in nubi, infuria in tempeste: ma questa  benevola, mite, amorevole, sempre al servizio del bisogno dei mortali, quali frutti produce costretta [dalla coltivazione N.d.T.], quali ne offre spontaneamente in abbondanza, quali profumi, quali sapori, quali succhi, quali sensazioni per il tatto, quali colori, con quanta lealtà ci restituisce con gli interessi ciò che le abbiamo affidato! quali cose alimenta per noi! Infatti se ci sono animali nocivi, è per colpa dello spirito vitale: la terra è obbligata ad accogliere il seme di ogni cosa e a mantenere in vita gli esseri generati, ma in quelli dannosi la colpa è di chi li genera. Essa non accoglie più il serpente, dopo che ha attaccato l’uomo, e fa scontare la pena anche per conto di quelli che non ne sono capaci. Essa produce in quantità e genera sempre erbe medicinali per l’uomo. Che anzi si può credere che abbia escogitato anche i veleni per pietà verso di noi, perché, quando fossimo stanchi della vita, non ci consumasse in una lenta consunzione la fame, una morte assolutamente estranea ai meriti della terra, perché i precipizi non disperdessero il nostro corpo lacerato, perché non ci torturasse la pena intempestiva del capestro che blocca il respiro, a colui che cercasse la propria fine, perché, se la morte fosse cercata negli abissi del mare, la sepoltura non avvenisse nella pastura dei pesci, perché il tormento di un’arma non lacerasse il corpo. È così: per compassione ha generato qualcosa che si ingerisce facilmente e grazie a cui potessimo estinguerci con il corpo intatto e con tutto il nostro sangue, senza nessuna fatica, simili ad assetati, in modo che né gli uccelli, né le fiere ci toccassero una volta defunti, e chi era morto di propria volontà fosse riservato alla terra. Ma ammettiamolo: la terra ha prodotto per noi un rimedio dei mali, noi lo rendiamo veleno per la vita. Infatti non usiamo in modo simile anche il ferro, del quale non possiamo fare a meno? né tuttavia ci lamenteremmo a buon diritto, anche se lo avesse prodotto allo scopo di far del male. Solo verso questa parte della natura siamo ingrati. Per quali lussi e per quali oltraggi la terra non è assoggettata all’uomo? Viene gettata nei mari o viene scavata, per far entrare nell’interno le acque del mare. Con le acque, col ferro, col fuoco, col legno, con la pietra, con il grano a tutte le ore viene tormentata, e perché sia utile ai nostri piaceri molto più che alla nostra alimentazione, E tuttavia ciò che subisce sulla superficie esterna possono sembrare tollerabili: ma penetriamo nella sue viscere, scavando vene d’oro e d’argento e miniere di rame e di piombo, cerchiamo anche gemme e certi piccoli  sassolini, facendo buche in profondità. Estraiamo le sue viscere, dove si cerca una gemma per portarla al dito. Quante mani sono logorate, perché un solo dito luccichi! Se esistessero gli Inferi, certamente i cunicoli dell’avidità e del lusso li avrebbero già scavati. E ci meravigliamo, se essa ha generato alcune cose dannose! Gli animali selvatici infatti la difendono, credo,  e tengono lontane le mani sacrileghe. Noi non scaviamo tra i serpenti e non trattiamo le vene d’oro con le radici del veleno? Essendo tuttavia la dea più mite per il fatto che, benché tutti questi risultati della ricchezza si indirizzino a delitti, a stragi e guerre, e noi la bagniamo col nostro sangue e la ricopriamo di ossa insepolte, su queste tuttavia, come se condannasse la nostra follia, essa alla fine si distende e anche nasconde i delitti dei mortali. (trad. mia)

Già nel II libro, quando comincia la descrizione del mondo, Plinio celebra le lodi  della terra, a cui spetta la venerazione che si deve a una madre: terra, cui uni rerum naturae partium eximia propter merita cognomen indidimus maternae venerationis. Ne elenca i meriti: le cure che riserva all’essere umano dalla nascita alla morte, in un periodo sapientemente elaborato: i parallelismi nos nascentes excipit, natos alit semelque editos et sustinet semper, sono interrotti dal chiasmo dei participi congiunti –novissime conplexa gremio iam a reliqua natura abdicatos, tum maxime ut mater operiens, per concludere con l’eloquente polittoto: nullo magis sacra merito quam quo nos quoque sacros facit….. illa medicas fundit herbas et semper homini parturit. Ed essa è sempre innocente: se alimenta animali nocivi, lo fa perché è suo dovere mantenere tutto ciò che nasce alla “vita”: vitali spiritu habente culpam.  Malgrado tutti suoi benefici l’ingratitudine degli uomini la devasta: notiamo il climax: in maria iacitureroditur….. omnibus cruciatur horis … penetramus in viscera…. viscera eius extrahimus.

Ma ciò che maggiormente scandalizza sono i motivi futili che provocano le devastazioni (multoque plus, ut deliciis quam ut alimentis famuletur nostris): non la necessità, ma il desiderio del superfluo o l’amore per il lusso. E al rigore morale di Plinio non può sfuggire quanto la violazione della madre terra coinvolga gli uomini più sfortunati: quot manus atteruntur, ut unus niteat articulussi ulli essent inferi, iam profecto illos avaritiae atque luxuriae[1] cuniculi refodissent.

Testo 2. Plinio, Nat. Hist. XXXIII, 1

La terra e la sua devastazione, le miniere  

Metalla nunc ipsaeque opes et rerum pretia dicentur, tellurem intus exquirente cura multiplici modo, quippe alibi divitiis foditur quaerente vita aurum, argentum, electrum, aes, alibi deliciis gemmas et parietum lignorumque pigmenta, alibi temeritati ferrum, auro etiam gratius inter bella caedesque. Persequimur omnes eius fibras vivimusque super excavatam, mirantes dehiscere aliquando aut intremescere illam, ceu vero non hoc indignatione sacrae parentis exprimi possit. Imus in viscera et in sede manium opes quaerimus, tamquam parum benigna fertilique qua calcatur. Et inter haec minimum remediorum gratia scrutamur, quoto enim cuique fodiendi causa medicina est quamquam et hoc summa sui parte tribuit ut fruges, larga facilisque in omnibus, quaecumque prosunt. Illa nos peremunt, illa nos ad inferos agunt, quae occultavit atque demersit, illa, quae non nascuntur repente, ut mens ad inane evolans reputet, quae deinde futura sit finis omnibus saeculis exhauriendi eam, quo usque penetratura avaritia. Quam innocens, quam beata, immo vero etiam delicata esset vita, si nihil aliunde quam supra terras concupisceret, breviterque, nisi quod secum est!

Ora si parlerà delle miniere e proprio delle ricchezze e del valore delle cose, dato che le cerchiamo attentamente in vari modi all’interno della terra, in un luogo certamente si scava alla ricerca di oro, argento, elettro, rame, per le ricchezze che la vita richiede, altrove per il desiderio di lusso si scava alla ricerca di gemme e coloranti per dipingere legni e pareti, altrove ancora si cerca il ferro per la nostra sconsideratezza, il ferro tra guerre e stragi più gradito persino dell’oro. Esploriamo tutte le fibre della terra e viviamo sopra un punto dove è stata scavata, per poi meravigliarci che talvolta essa si apra o tremi, come se questo non potesse essere causato dall’indignazione della sacra madre. [2] Penetriamo nelle viscere della terra e cerchiamo le ricchezze nella sede dei Mani, come se fosse poco benigna e fertile quella dove camminiamo. E in tutto ciò è pochissimo quel che ricerchiamo per trovare dei medicamenti, infatti per quanto pochi il motivo di quelli che scavano è la medicina, benché la terra elargisca anche questo sulla sua superficie, come i cereali, generosa e accessibile in tutto quello che giova. Ci portano alla rovina, ci conducono agli Inferi proprio quelle cose che la terra ha nascosto e sepolto in profondità, quelle cose che non si formano rapidamente, cosicché la nostra mente, che vola a vuoto, consideri quale limite ci sarà dunque all’esaurimento di essa in tutti i secoli, e fino a dove l’avidità potrà penetrare. Come sarebbe innocente, felice la vita, anzi anche piacevole, se  non si desiderasse niente da nessun altro luogo che dalla superficie della terra, e per dirla in breve, niente se non ciò che si ha con sé. (trad mia)

Le miniere non solo deturpano la terra, ma possono provocare disastri, crolli o terremoti. Si cercano ricchezze e metalli utili per ignobili motivi, per la guerra e le uccisioni (alibi temeritati ferrum, auro etiam gratius inter bella caedesque), senza considerare quali siano i rischi, e poi ci si meraviglia delle conseguenze, marcate dall’omoteleuto: mirantes dehiscere aliquando aut intremescere illam, ceu vero non hoc indignatione sacrae parentis exprimi possit; per non dire degli effetti nocivi sottolineati dall’anafora illa, illa, illa. Come si vede anche qui la terra è rappresentata come un corpo vivo (fibras, viscera) e sacro (in sede manium). La benignità materna della terra consiste non solo nel dare tutto il necessario, ma anche nell’occultare ciò che nuoce alla vita. Ma la stoltezza umana –mens ad inane evolans– dovrebbe considerare la possibilità che lo sfruttamento delle risorse comporti necessariamente il loro esaurimento – e in questo Plinio è davvero profetico![2]quae deinde futura sit finis omnibus saeculis exhauriendi eam, indicando ancora una volta quale sia la causa del male: quo usque penetratura avaritia. Tutto questo richiama il topos dell’età dell’oro: Quam innocens, quam beata….

Parimenti Ovidio  così descrive l’inizio dell’etò del ferro

testo 3. Ovidio Met. I, 137- 143)

 Nec tantum segetes alimentaque debita dives

poscebatur humus, sed itum est in viscera terrae:

quasque recondiderat Stygiisque admoverat umbris,

effodiuntur opes, inritamenta malorum.

Iamque nocens ferrum ferroque nocentius aurum

prodierat: prodit bellum, quod pugnat utroque,

sanguineaque manu crepitantia concutit arma.

Ad essa [la terra N.d.T.] non si chiese  più soltanto di produrre a profusione le messi e gli alimenti consueti, ma la si penetrò fin nelle viscere per estrarne quelle ricchezze che nascondeva nei luoghi più remoti, vicino alle ombre dello Stige: ricchezze che sono stimolo al male. Ormai erano venuti alla luce il ferro e l’oro, del ferro ancor più nocivo; e fece

la sua comparsa la Guerra, che di ambedue si vale per combattere  e agita la armi stridenti nelle mani insanguinate. (trad. G. Faranda Villa. Ovidio, Le Metamorfosi, BUR, 1994)

T 4.  Plinio Nat.Hist. XVIII, 1, 1-5 

L’inquinamento.

Sequitur natura frugum hortorumque ac florum quaeque alia praeter arbores aut frutices benigna tellure proveniunt, vel per se tantum herbarum inmensa contemplatione, si quis aestimet varietatem, numerum, flores, odores coloresque et sucos ac vires earum, quas salutis aut voluptatis hominum gratia gignit. […] Quoniam tamen ipsa materia accedimus ad reputationem eiusdem parentis et noxia: nostris eam criminibus urguemus nostramque culpam illi inputamus. Genuit venena. Set quis invenit illa praeter hominem? Cavere ac refugere alitibus ferisque satis est. Atque cum arbore exacuant limentque cornua elephanti et uri, saxo rhinocerotes, utroque apri dentium sicas, sciantque ad nocendum praeparare se animalia, quod tamen eorum excepto homine et tela sua venenis tinguit?  Nos et sagittas tinguimus ac ferro ipsi nocentius aliquid damus, nos et flumina inficimus et rerum naturae elementa, ipsumque quo vivitur in perniciem vertimus.Neque est, ut putemus ignorari ea ab animalibus; quae praepararent contra serpentium dimicationes, quae post proelium ad medendum excogitarent, indicavimus. Nec ab ullo praeter hominem veneno pugnatur alieno.  Fateamur ergo culpam ne iis quidem, quae nascuntur, contenti; etenim quanto plura eorum genera humana manu fiunt! quid? non et homines quidem ut venena nascuntur? Atra ceu serpentium lingua vibrat tabesque animi contacta adurit culpantium omnia ac dirarum alitum modo tenebris quoque suis et ipsarum noctium quieti invidentium gemitu, quae sola vox eorum est, ut inauspicatarum animantium vice obvii quoque vetent agere aut prodesse vitae. Nec ullum aliud abominati spiritus praemium novere quam odisse omnia. Verum et in hoc eadem naturae maiestas. Quanto plures bonos genuit ut fruges! quanto fertilior in his, quae iuvent alantque! quorum aestimatione et gaudio nos quoque, relictis exustioni suae istis hominum rubis, pergemus excolere vitam eoque constantius, quo operae nobis maior quam famae gratia expetitur. Quippe sermo circa rura est agrestesque usus, sed quibus vita constet honosque apud priscos maximus fuerit.

Segue la natura delle messi, dei giardini e dei fiori e le altre cose che, oltre agli alberi o ai cespugli, sono prodotte  dalla terra benigna, essendo senza limiti l’oggetto di contemplazione anche soltanto delle erbe, se qualcuno consideri la varietà, il numero, i fiori, gli odori, i colori, i succhi e le loro proprietà, che la terra produce per la salute o per il piacere degli uomini  […] Poiché tuttavia proprio per  l’argomento della trattazione, nella considerazione della medesima  genitrice aggiungiamo anche le cose nocive, la accusiamo dei  nostri delitti e le imputiamo la nostra colpa. Ha generato dei veleni. Ma chi li scoprì tranne l’uomo? Per gli uccelli e gli animali selvatici è sufficiente stare attenti e  starne lontani. E se gli elefanti e gli uri aguzzano e limano le corna contro un albero, i rinoceronti su un sasso, i cinghiali le zanne, acuminate come pugnali, in entrambi i modi, e gli animali sanno come prepararsi a colpire, chi di loro tranne l’uomo bagna anche le sue armi di veleno? Noi avveleniamo anche le frecce e persino al ferro aggiungiamo qualcosa di più nocivo, noi inquiniamo anche i fiumi e gli elementi della natura, e trasformiamo persino l’aria, grazie a cui si vive, in un flagello mortale. E non è possibile che riteniamo che gli animali ignorino queste cose; abbiamo già spiegato quali mezzi preparino contro gli assalti dei serpenti, quali rimedi escogitino per curarsi dopo la lotta, E nessuno, eccetto l’uomo, combatte con veleno altrui. Ammettiamo dunque la nostra colpa, dato che non ci accontentiamo neppure dei veleni che nascono spontaneamente, quanto più numerosi infatti sono i tipi di veleni fatti dalla mano umana!
E che? Non nascono anche uomini  proprio tali quali i serpenti? la loro lingua vibra nera come quella dei serpenti e brucia tutto ciò che tocca il livore dell’animo di coloro che attribuiscono colpe dappertutto e come
uccelli del cattivo augurio che  disturbano anche le loro tenebre e la quiete della notte con il loro verso lamentoso, che è la sola voce che hanno, venendo incontro come animali di cattivo auspicio per impedire di agire o di giovare alla vita. E non conoscono alcuna gioia per il loro animo esecrabile che odiare tutto e tutti. Ma anche in questo sta la maestà della natura. Quanto più numerosi sono gli uomini buoni che genera, come buone messi! quanto è più fertile in queste cose che giovano e alimentano! Anche noi per la stima che abbiamo di questi uomini buoni e, lasciati alla loro autocombustione come rovi questi uomini, continuiamo con gioia a prenderci cura della vita e facciamolo con tanto maggiore costanza, quanto maggiore è la gratitudine cui aspiriamo, che deriva dalla nostra opera più che dalla fama. (trad.mia)

Come se non bastasse devastare la terra alterandone la superficie, gli umani le attribuiscono colpe che sono soltanto loro: ci sono veleni prodotti dalla terra, ma solo gli uomini li manipolano e li usano per danneggiarsi a vicenda: nostris eam criminibus urguemus nostramque culpa illi inputamus. Genuit venena. Set quis invenit illa praeter hominem?

Gli animali si combattono tra loro con le armi che sono loro proprie. Ma l’uomo alle armi aggiunge anche il veleno:quod tamen eorum excepto homine et tela sua venenis tinguit?…. Nec ab ullo praeter hominem veneno pugnatur alieno. Notiamo l’efficacia dell’omoteleuto della clausola.

E non si tratta solo delle armi avvelenate, ma il peggio è che l’uomo ha la possibilità, e la usa, di inquinare anche i beni che la natura gli offre: nos et flumina inficimus et rerum naturae elementa, ipsumque quo vivitur in perniciem vertimus. Generalmente si intende ipsum quo vivitur come riferito all’aria che si respira, anche se potrebbe essere inteso in senso più generale come tutto ciò che serve alla vita. Per giunta invece di limitarci a trovare degli antidoti ai veleni, come gli animali che sanno curarsi dai morsi dei serpenti, ne inventiamo di nuovi(quanto plura eorum genera humana manu fiunt!).

Il discorso si sposta poi sul piano morale: c’è anche l’inquinamento prodotto da uomini velenosi come serpenti, la cui presenza contamina tutto ciò che tocca, e che non conoscono altra soddisfazione che l’odio.

L’introduzione al diciottesimo libro si chiude ad anello con una nuova lode della natura così come era cominciato: oltre a tutte le meraviglie che la terra produce, messi, fiori, alberi e frutti, la maestà, l’autorevolezza della natura appare anche negli uomini Quanto plures bonos genuit ut fruges! Fruges in antitesi con gli uomini malvagi definiti metaforicamente “rovi” (istis hominum rubis) E si conclude con l’appello commosso agli uomini di buona volontà a prendersi cura della vita: pergemus excolere vitam.


[1] un binomio indicato come la causa di  ogni male dai filosofi stoici  e come l’origine della degenerazione politica dagli storici

[2] – ciò che ora misuriamo come “impronta ecologica”.